Sembra una bufala ma non è: Salvini, in Nobel per la Pace e la sua “fan” tedescca

di Deborah Villarboito –

La vice capogruppo di Alternative fur Deutschland (Afd) al Bundestag, Beatrix von Storch, ha candidato Matteo Salvini al premio Nobel per la Pace. “Come ministro dell’Interno italiano ha dato un grande contributo alla sicurezza e alla stabilità dell’Europa”, sostiene la politica tedesca in una nota. “Con la chiusura delle frontiere italiane – aggiunge – ha fermato con successo l’immigrazione clandestina verso l’Europa e l’industria dei migranti, dimostrando quali politiche oneste e determinate si possono fare”. Non stupisce quindi se la proposta arriva da un partito di estrema destra che nel corso delle ultime elezioni europee si è alleato con l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF), formazione di partiti sovranisti cara a Matteo Salvini. 

Siamo di fronte, però, ad un concetto di pace personalizzata. Di quella “comune” e condivisa si possono dare a larghe linee tre definizioni: La pace, secondo una visione antica e in teoria superata, è semplicemente assenza di guerra, vale a dire la condizione in cui si trovano Stati (e anche gruppi politici, etnici, religiosi, sociali) avversari, quando i loro rapporti non sono caratterizzati da un conflitto affrontato per mezzo della forza. È uno stato giuridico ben determinato, frutto di un accordo tra le parti, in virtù del quale si registra non solo la cessazione delle ostilità ma anche la regolamentazione dei rapporti futuri. C’è poi una concezione tutto sommato recente (nata nel Novecento), quella sulla pace intesa anche come atto di fede in senso cristiano: l’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. La spirale dell’odio e della violenza va spezzata con una sola parola: fratello, come ha detto Papa Francesco.

Nella concezione salviniana nessuno di questi punti viene rispettato. Neppure quello più antiquato, visto che il ministro ha avviato una specie di guerra contro le organizzazioni umanitarie che soccorrono i migranti in mare. Né vale la concezione illustrata nel secondo, visto che le scelte leghiste sono unilaterali e non si basano su alcun accordo (semmai violano quelli internazionali). Sul fronte cristiano, è difficile capire quale sia il concetto di fratellanza espresso – tra un’esibizione del Vangelo e una del rosario – dagli anatemi salviniani contro migranti e rom. 

CI si augura che sia una proposta nata e morta lì. Anche se nella storia chi ha conferito i premi Nobel qualche cantonata l’ha presa. Nel 1918 il chimico tedesco Fritz Haber fu insignito del Nobel per aver scoperto come sintetizzare ammoniaca a partire da gas di idrogeno e azoto. La tecnica si rivelò in effetti molto utile per la creazione di fertilizzanti e promosse lo sviluppo dell’agricoltura. Peccato che alcuni anni prima, durante la Prima guerra mondiale, Haber fosse stato uno dei più convinti sostenitori della necessità di usare gas tossici contro il nemico: nel 1915 aveva supervisionato il primo grande attacco con gas di cloro a Ypres, in Belgio, costato la vita a migliaia di soldati alleati tra le trincee. Lo svizzero Paul Mueller non fu l’inventore del para-diclorodifeniltricloroetano (o DDT, che era stato sintetizzato nel 1873), ma fu colui che per primo ne dimostrò l’utilità come insetticida. La sostanza si rivelò in effetti molto efficace nel proteggere i raccolti dagli infestanti e nel debellare malattie da vettori come tifo e malaria. Si pensava che, sebbene tossico per gli insetti, non avesse effetti collaterali per l’uomo, e per questo Mueller ottenne il Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1948. Negli anni ’60, tuttavia, si scoprirono gli effetti cancerogeni di questa sostanza osservando l’assottigliamento dei gusci di uovo degli uccelli. Gli USA bandirono il DDT nel 1972 e l’Unione Europea ne evidenzia la “possibilità di effetti cancerogeni”. Alcune eccezioni al suo utilizzo sono previste però nella lotta alla malaria nelle zone colpite da questa epidemia. Recidere connessioni nervose per curare le malattie mentali poteva sembrare una grande idea, nel 1949, quando il portoghese Antonio Egas Moniz, autore della prima lobotomia medica controllata, vinse il Nobel per la Medicina. Alla cerimonia di assegnazione la procedura, che prevedeva la trapanazione del cranio in vari punti per distruggere sostanza bianca, cioè fasci di assoni (fibre nervose), fu salutata come “una delle più importanti scoperte mai fatte nel campo della terapia psichiatrica”. Ma tra gli effetti collaterali c’erano lesioni cerebrali permanenti, perdita di responsività e presenza emotiva, fino alla morte. Il metodo perse fortunatamente sempre più credito con l’avvento dei farmaci psichiatrici.

Si starà turbando nel suo sonno eterno Mahatma Gandhi. Il padre dell’indipendenza indiana fu nominato per il Nobel per la pace almeno cinque volte, ma non vinse mai. Il suo caso è stato uno dei pochi per il quale il Comitato per il Nobel ha ammesso di aver perso un’occasione importante. Nel 1989, 41 anni dopo la morte di Gandhi, il presidente del comitato spese parole di tributo per Gandhi mentre annunciava il conferimento del Nobel per la Pace al Dalai Lama. Il Nobel per la Pace è comunque un riconoscimento che ha più volte diviso l’opinione pubblica: tra i casi più controversi il Nobel del 1994 assegnato a Yasser Arafat (leader dell’Olp) e Shimon Peres e Yitzhak Rabin (presidente e primo ministro dello Stato di Israele), e il Nobel del 2009 a Barack Obama, neo eletto presidente degli Stati Uniti al suo primo mandato.

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