E ora parliamo di adattamento

E ora parliamo di adattamento

4 Luglio 2019 0 Di il Cosmo

Doppiaggio sì o doppiaggio no? La diatriba che caratterizza il ventunesimo secolo

di Elisa Torsiello –

Se siete tra quegli utenti che negli ultimi giorni si sono collegati a internet per curiosare tra i vari social-network, sicuramente sarete incappati sul caso “Neon Genesis Evangelion” e, in particolare, sul suo contestatissimo adattamento a cura di Gualtiero Cannarsi. Aulico, altisonante e pretenzioso, insomma poco comprensibile: ecco come è stato descritto l’operato di Cannarsi secondo le opinioni di centinaia di spettatori letteralmente infuriati. La polemica che ha investito il film rilasciato sulla piattaforma Netflix non è altro che un ulteriore tassello di quella lotta al doppiaggio portato avanti dagli anni da un sempre più consistente numero di spettatori. Un’avversione per le versioni adattate confermata anche da un sondaggio condotto negli ultimi giorni e che ha rivelato come l’80% degli intervistati preferisca vedere i film e le serie TV in originale.

Certo, se siamo arrivati a questa infinita disputa è anche perché viviamo in un’epoca tecnologica che ci permette una possibilità di scelta che fino a venti anni fa non vantavamo. Sommersi da nastri di VHS rovinati visione dopo visione, i film che hanno segnato per sempre la nostra memoria collettiva palavano italiano. Le frasi che citiamo, i passaggi che riportiamo a memoria sono italiani. Quante volte per esprimere sorpresa ci ritroviamo ad affermare “io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”, mentre per auto-supportarci ci ripetiamo “dopotutto domani è un altro giorno” e che “si può fareee”. Sono tutte pietre miliari della nostra infanzia alimentate da un legame nostalgico che ci spingono a preferirle alla loro controparte originale. I classici Disney, i film del nostro passato, quelli pre-2010: ecco quali sono le nostre dovute eccezioni alle visioni in originale. Sono film che vantano però adattamenti ancora ben curati, attenti a non snaturare il contenuto dell’opera originale e capaci di trovare soluzioni alacri e inedite agli innumerevoli giochi di parole e pun linguistici che costellano queste versioni così difficili da tradurre alla lettera. 

Per potersi ritenere di successo un adattamento (sia esso cinematografico o televisivo) deve calarsi nel linguaggio dell’opera, capire quali sono i suoi registri linguistici e le strategie comunicative scelte dai personaggi in base al proprio background culturale e personale. L’adattatore deve pertanto rivelarsi in grado di cogliere i differenti livelli comunicativi: quello interno tra gli interlocutori del film (e identificante il retaggio etnico, sociale e geografica dei personaggi) e quello esterno, tra i vari locutori e il pubblico. L’adattatore deve pertanto comprendere il contenuto del film o della serie tv oggetto del proprio studio, trovare la soluzione che più si avvicina a livello semantico e linguistico alla sua controparte originale (se un personaggio parla uno slang “di strada” di certo non ci si può aspettare che nella sua versione italiana si esprima con termini aulici). Ma soprattutto l’adattatore deve pensare al proprio pubblico e rendere – per quanto il registro linguistico sia alto – facilmente comprensibile il contenuto del proprio operato. Deve, cioè, trovare un giusto compromesso tra la cultura e la lingua di partenza e quella di destinazione. Se uno spettatore non ha famigliarità con la cultura dell’opera originale, l’adattatore deve essere dunque in grado di offrire una soluzione quanto più vicina a quella del pubblico a cui è offerta senza per questo snaturare quella di partenza. Ed è in questo che le soluzioni proposte da Cannarsi non sono risultate vincenti. Se vogliamo una traduzione “letterale” di un’opera allora punteremo sui sottotitoli; l’adattamento prevede tutt’altro tipo di studio e lavoro giocato su molteplici aspetti.

Bisogna anche affermare che, sebbene gli amanti del doppiaggio continuino a resistere e a combattere insieme a noi, ad allontanare un numero sempre più consistente di spettatori da queste visioni è la facilità con cui si apprendono nuove lingue semplicemente guardando film e serie in originale, e – purtroppo – un deciso peggioramento delle loro versioni doppiate. I sempre più risicati tempi di lavorazione comportano una superficiale revisione dei copioni. Viviamo, cioè, in un periodo caratterizzato dal “tutto e subito”; l’uscita di un episodio in America deve combaciare con quella a livello mondiale richiedendo un lavoro difficile, veloce e a volte non sempre eccellente da parte dei traduttori e, di conseguenza, degli adattatori. La crisi economica ha poi fatto il resto: tagliando i costi di doppiaggio le case di distribuzione offrono il lavoro a personalità non sempre all’altezza, ma che costano poco. Il risultato? Copioni non sempre eccellenti e colmi di errori. Gli escamotage linguistici per passaggi difficili da tradurre e che hanno portato in passato a soluzioni piene di ingegno pur non combaciando letteralmente al 100% al suo corrispettivo originale (“al mio segnale scatenate l’inferno”; “lupo ulu-là, castello ulu-lì”; “è stato un piacere tesoro, è stato un piacioro”) hanno lasciato spazio a traduzioni fin troppo letterali causando madornali errori di traduzione. In una puntata di “The Vampire Diaries” “break a leg”, che in italiano corrisponde al nostro “in bocca al lupo”, nei sottotitoli è stato tradotto con “rompiti una gamba”; in “Orange is the new black” invece il termine “pig”, riferito per una questione di tradizione e cultura anglosassone ai “poliziotti”, viene tradotto letteralmente come “maiale” producendo un po’ di confusione tra gli spettatori ignari di questi riferimenti storici. 

Che si ami o si odi, il doppiaggio è uno dei fiori all’occhiello del cinema italiano. I nostri doppiatori sono professionisti ammirati in tutto il mondo; con la loro voce e le mille sfumature del loro timbro vocale danno vita a centinaia di personaggi differenti. Domitilla D’Amico, Chiara Colizzi, Angelo Maggi, Luca Ward, Francesco Pannofino, Sandro Acerbo, Fabio Boccanera e molti altri sono voci nell’ombra riconoscibilissimi e senza i quali spesso la versione italiana disorienta un po’ se l’attore con cui li associamo (rispettivamente Emma Stone, Nicole Kidman, Tom Hanks, Russel Crowe, George Clooney, Brad Pitt, Johnny Depp) vengono doppiati da altri. Con solo la potenza della loro voce riescono perfino a colmare certe lacune attoriali degli interpreti da loro doppiati, come accade a Orlando Bloom nella saga dei “Pirati dei Caraibi”, piatto nella versione originale, ma intenso e introspettivo nella sua controparte italiana grazie al lavoro svolto da Massimiliano Manfredi. Un lavoro certosino, che proprio per l’alta professionalità che prevede fa storcere un po’ il naso al pubblico medio soprattutto se –come capita nei cartoni animati – emulando il modello americano a svolgere il ruolo di doppiatori sono personaggi dello spettacolo come cantanti e sportivi del tutto estranei al mondo della recitazione. 

I tempi stanno cambiando e con essi il modo di recepire i prodotti audiovisivi. Ciò non giustifica l’eliminazione del doppiaggio, si tratta di una gemma troppo preziosa per essere soppressa, ma è inevitabile che il pubblico oggi chieda sempre più sale in cui gustarsi i film in versione originale, o quantomeno, il ripristino di una certa attenzione e precisione nello svolgimento degli adattamenti che non sempre si ritrova più.