Il mio nome è proibito – A teatro per scoprire il nostro tempo

Il mio nome è proibito – A teatro per scoprire il nostro tempo

4 Luglio 2019 0 Di il Cosmo

di Federica Pirola –

Sapete che il nome aveva una grane importanza nell’antica Roma? Esso esprimeva l’idea di poter incidere sulla realtà, di essere qualcuno, una persona. Infatti, non a caso, quando qualcuno veniva condannato dalla società per un qualche motivo, era soggetto alla cosiddetta damnatio memoriae, che stabiliva, fra le altre cose, che nessun discendente potesse avere il medesimo nome del colpevole. 

Insomma, il nome contiene la dignità e la cultura di una persona.

Proprio su questa importanza gioca il titolo dello spettacolo teatrale “Il mio nome è proibito”, andato in scena presso il Teatro libero il 27 giugno e interpretato dagli alunni della scuola “Teatri possibili” di Milano.

Uno spettacolo emozionante, crudo e paradossale. Nasce dalla commistione di 3 pièces teatrali: “Conferenza stampa”, “Il linguaggio della montagna” di Pinter e “La sgualdrina timorata” di Sartre. Tre rappresentazioni che di certo sono state in grado di smuovere la coscienza del pubblico e di aprire gli occhi di fronte a quello che sta succedendo anche oggi, purtroppo, nella nostra società.

Riprendendo il “dramma politico” di Pinter, la prima parte dello spettacolo si svolge in un non menzionato Stato totalitario dove qualsiasi libertà è stata oppressa. La violenza del regime si esprime in una violenza contro la parola. “La tua lingua è morta. Nessuna domanda?” è forse la battuta più agghiacciante del dialogo che si svolge fra il ministro – dittatore e la schiera di giornalisti che tentano, invano, di porre domande provocatorie. Una conferenza stampa muta, dunque, nella quale nessuno può contraddire il dittatore. 

Passando all’altra opera di Pinter, si rappresenta in modo ancora più crudo una società nelle quale ufficiali in uniforme abusano del loro potere. Vittime dell’oppressione sono tre donne che, senza un lieto fine, aspettano per ore di rivedere i loro parenti. 

L’impatto che hanno avuto questi primi due drammi è stato molto forte. Fin dall’inizio si sentiva aleggiare il tema della proibizione, dell’emarginazione. Ogni singolo minuto portava con se il peso delle ingiustizie subite, della violenza gratuita verso persone innocenti. Si trovavano le stesse sensazioni anche nel linguaggio, che talvolta diventava paradossale per le continue reiterazioni, specchio dell’estrema pesantezza del regime dei più forti. 

Dopo un iniziale stordimento, la gente cominciava a capire che cosa stava vedendo in scena. Si concretizzavano sempre più i temi portanti dell’opera: il razzismo e il pregiudizio. 

Riproducendo “La sgualdrina timorata” di Sartre, la tragedia continuava. 

Questa volta, da una parte, un presunto colpevole, facile da additare, difficile da smentire: un “negro”, così viene continuamente chiamato. Dall’altra, il reale colpevole, ma scomodo: un bianco. Il reato  è lo stupro di una donna, di una sgualdrina.

Sul palco si alternano diverse scene in cui protagonisti sono una prostituta e il cliente della serata. Gli attori si lanciano la parola passandosi un cappello, in un incastro di scene ben costruito ed eloquente. Attraverso un oggetto, il cappello dell’ipocrisia, potremmo definirlo, le parole rimbombano nel teatro. Con un climax crescente, infatti, si vede come il razzismo sia più forte della giustizia. Una donna non può essere stata stuprata da un uomo bianco, deve essere per forza un nero il responsabile! Frasi del genere si susseguono, finchè nell’ultima scena si assiste al trionfo della manipolazione. 

La donna è infatti decisa a denunciare il reale colpevole del reato, il bianco benpensante, ma poi viene convinta dal senatore a condannare un innocente. Questo perchè, in fondo, a detta del politico, che differenza può fare un “negro” in meno? Dopotutto, è solo gente che non porta nulla di buono. Piuttosto, cosa penserà la società vedendo che a essere denunciato è un bianco? Un uomo che per forza deve essere per bene e che può dare un grosso contributo al paese ( per il solo fatto di essere bianco). E così, dopo questo miscuglio di parole sibilline e provocatorie, la donna firma la condanna, con un gesto leggero che però porta con se, anche in questo caso, tutta la pesantezza dell’azione compiuta. 

Solo alla fine la donna si rende conto di cosa ha fatto e conclude la pièce con un urlo ormai inutile. Con gli occhi sgranati e persi dice: “Sono stata fregata!”. Troppo tardi. 

Dunque, la scuola “Teatri possibili” ha voluto mettere in scena uno spettacolo che porta con se tutte le contraddizioni e le ingiustizie del nostro tempo. Lo ha fatto senza inibizioni, con tutta le ferite che può arrecare. In fondo, però, proprio attraverso questo tipo di rappresentazioni  si può far smuovere la gente. Il pubblico infatti tutto a un tratto si vede nei panni di quella sgualdrina, apparentemente senza scelta, o in quel ministro che schiaccia le libertà degli altri togliendo loro la parola. Si esce dal teatro con maggior consapevolezza. 

“L’arte ci rende vivi”, mi dice uno degli artisti. Ed è proprio vero. Andate a teatro e scoprirete il vostro tempo.