Massimo e le sue imprese: più forte della fatalità

di Deborah Villarboito –

non si sa mai quale direzione può prendere la nostra vita. Un normale giornata di svago o lavoro può trasformarsi nel giorno più brutto o particolare della propria vita. Il segreto sta nel non perdersi mai d’animo e rimettersi letteralmente in piedi. A Massimo Coda quasi due anni fa è stata amputata la gamba destra. La sua passione per la montagna però non lo ha mai abbandonato, nonostante il dolore. Ora si è ricostruito la sua vita, da amante dello sport. «Le mie passioni sportive sono state un po’ varie, dalle arti marziali alla bicicletta. Mi sono avvicinato alla montagna una quindicina di anni fa circa, con l’arrampicata. Ho iniziato per gioco, poi mi sono appassionato. Dall’arrampicata sportiva sono passato all’alpinismo». 

Ecco poi l’inaspettato a 39 anni: «Un giorno poi ho avuto un incidente e mi sono fatto male, ho dovuto sospendere per diversi anni. Prima vivevo ai 200 km all’ora. Lavoravo in un’azienda in cui facevo i turni e in base a questi, o al mattino, o al pomeriggio andavo o in palestra o ad arrampicare, ero arrivato ad una forma fisica ottimale per i miei standard. Dedicavo moltissimo tempo allo sport, ma dopo l’incidente sono rimasto completamente fermo. Dopo due anni mi hanno rimesso in piedi, concludendo interventi e ricoveri vari. Ho cercato di avere una vita normale, dopo due anni di stop, in cui ho perso anche il lavoro. Ho dovuto ricrearla la mia vita. Ho cercato un nuovo lavoro e con quello che mi era rimasto di piede cercavo di andare avanti. Volevo una vita normale, ma non lo era: ero limitato in tutto. Ho provato a ricominciare ad arrampicare ma i dolori erano troppo forti e ci ho rinunciato. Ho avuto nuove complicazioni e infezioni. Avevo archiviato definitivamente il discorso sport e montagna».

Due anni fa poi la svolta: la decisione di amputare la gamba e vivere con una protesi, a 47 anni. «Da lì ho ricominciato a vivere. Ho ricominciato subito ad andare in montagna, con il senno di poi mi reputo anche un incosciente perchè ci andavo con la protesi provvisoria, che non è ben fissa alla gamba. Ho ricominciato a fare i miei percorsi, poco alla volta sempre più lunghi e complessi. Quando è arrivata la protesi definitiva si è aperto un mondo: i dolori erano praticamente spariti e ho iniziato seriamente a fare qualcosa in più. In Liguria, lo scorso anno avevano organizzato un vertical, una corsa in salita per soli amputati. Mi sono iscritto subito e da lì sto continuando a farne sempre di più».

A maggio Massimo ha anche partecipato alla sesta edizione de “L’isola sono io”, programma televisivo basato sul tradizionale format del reality, ma che vede, fra i suoi partecipanti, ragazzi disabili. Si tratta di un vero e proprio progetto sociale appositamente studiato per abbattere ogni tipo di barriera e pregiudizio, che offre l’opportunità ai concorrenti di dimostrare le loro abilità in un clima di gioco e competizione, che si è svolto in Marocco. Tra i partecipanti anche l’atleta paralimpico Andrea Lanfri, con cui Coda ha vissuto i circa 1200km di autostop in mezzo al deserto, città, montagne. Ogni giorno una destinazione scritta su un biglietto e l’equivalente di 10 euro. Obiettivo? Raggiungerlo nel minor tempo possibile con i mezzi disponibili la meta.«Non ci sono state prestazioni sportive vere e proprie. Mi hanno proposto di fare questa cosa. Cinque persone normodotate e cinque con disabilità dovevano completare un percorso, dimostrando così che tutti possono fare le stesse cose, andando oltre a quelli che sono i nostri limiti. Molte volte sono pregiudizi che le persone hanno nei nostri confronti, così facendo cerchiamo di abbatterli. Un’esperienza bella sotto molti aspetti, sia umano, sia ambientale. Ognuno con le proprie difficoltà ce l’ha messa tutta per raggiungere l’obiettivo. È problematico fare queste esperienze perchè ti viene subito voglia di ripartire».

Lo sport, una costante nella vita di Massimo: «Ho sempre fatto sport per passione e mai a livelli agonistici. Chi pratica sport e inizia dopo un’amputazione ne esce sicuramente meglio. Chi invece non fa nulla a livello motorio rimane sempre un po’ indietro con sempre più problematiche nell’utilizzare la protesi e il movimento. Rimane fermo nel suo mondo, incatenato dalla paura. Si deve imparare ad accettarla propria condizione. Chi pratica sport ha una mentalità più competitiva, con gli altri ma soprattutto con se stesso. Ci si mette sempre un po’ di più alla prova, cercando di superare sempre un po’ di più il suo limite mentale e fisico».

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