Normative italiane ed europee: plastica addio

di Deborah Villarboito –

La stretta europea per limitare l’inquinamento comprende posate e piatti, cannucce, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso. Un’Europa plastic-free, insomma, che prevede restrizioni con l’aggiunta di nuovi obiettivi, anche per prodotti ad esempio dei fast food, per ridurre l’inquinamento.Guerra soprattutto agli oggetti monouso superflui fatti di plastica: dal 2021 saranno vietati posate e piatti, cannucce, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (come le scatole di fast food), cotton fioc. 

Nell’accordo raggiunto sotto la guida austriaca sono stati fissati obiettivi anche per le bottiglie in Pet per bevande: l’obiettivo vincolante di almeno il 25% di plastica riciclata dal 2025 in poi, calcolato come media per lo Stato membro. Nel 2030 tutte le bottiglie di plastica dovranno rispettare un obiettivo di almeno il 30% di contenuto riciclato. La mossa mira a rendere l’Ue “leader mondiale nell’uso di alternative che evitino l’inquinamento marino”, dicono gli Stati membri, considerando gli otto milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani devastando gli ecosistemi e producendo danni anche per la salute dell’uomo, con le microplastiche trovate ormai ovunque.

Il problema plastica lo si può riassumere in un dato: il 9%. È la cifra di quella che si recicla nel mondo. Tutta quella che non si riesce a recuperare, vuoi per incapacità nella raccolta, vuoi per cattive abitudini, finisce in discarica, negli inceneritori o in natura. Negli oceani ogni anno ne arrivano quasi 13 milioni di tonnellate con enormi danni per gli organismi marini. La maggior parte della plastica finita in mare parte da 10 grandi fiumi del mondo, per lo più dall’Asia, e da lì si sposta verso le spiagge e i fondali del Pianeta. 

Sui bicchieri è stato chiesto e non ottenuto maggiore impegno mentre per le bottigliette – di cui l’Italia è al numero uno in Europa, consumandone 8 miliardi l’anno – la Ue ha fissato alcuni paletti come una raccolta differenziata del 90% entro il 2029 e, in sei anni, l’obbligo che il contenuto riciclato sia almeno il 25%. L’esclusione dei bicchieri dalla lista dei prodotti vietati appare incomprensibile a varie associazioni ambientaliste. La scelta sarebbe legata al tipo di plastica, all’uso cospicuo e anche allo spessore. In realtà, denunciano le associazioni, si teme che dietro ci sia la spinta delle lobby che proteggono i grandi produttori di bicchieri in plastica, soprattutto nel Nord Europa. Sono invece messi al bando i contenitori per liquidi realizzati con polistirolo espanso. 

I divieti hanno portato aziende, cittadini ed esercenti a cominciare ad attrezzarsi: da una parte crescono buone pratiche e soluzioni alternative, ma dall’altra le ditte che producono monouso pagano il conto. L’Italia è forte in questo settore: conta oltre trenta aziende che in totale fatturano per più di un miliardo di euro e, tra addetti fissi e operatori esterni, danno lavoro a circa 10mila persone. La nuova filosofia plastic-free, tra produttori e distributori, ha già fatto sentire i primi effetti: a inizio mese a Catania la storica azienda Dacca che produceva stoviglie usa e getta, dopo un calo del fatturato del 50%, è stata costretta a chiudere lasciando a casa 100 operai. Diverse multinazionali, da Enel a Ikea, stanno cercando di eliminare la plastica superflua e rinunciare a imballaggi non necessari. Avere un packaging “sostenibile” è diventato uno strumento per accrescere la propria reputazione. 

Vista la direttiva europea però la rivoluzione sembra non potersi più arrestare: anche in Italia arrivano i primi supermercati che vendono prodotti sfusi, altri hanno già vietato gli usa e getta oppure hanno detto addio alla plastica mettendo erogatori d’acqua per riempire bottiglie di vetro. Quasi tutte le realtà della Grande distribuzione stanno già smaltendo le scorte di monouso. Lo stesso avviene sulle spiagge, università, ministeri, compagnie aeree: c’è una corsa all’abbandono dei monouso. Nasce uno stile di vita fatto di borracce, spazzolini di bambù, sporte di juta per fare la spesa. Si cercano prodotti alternativi, tanto che le grandi aziende di bioplastiche, dalla Novamont a Bio-on, aumentano il fatturato e sperimentano sempre di più nuovi componenti per sostituire gli usa e getta. Le cannucce di plastica diventano di bambù o legno, i piatti e le posate di bioplastiche biodegradabili o cartonato, le vaschette di polpa di cellulosa o di mais. Spopolano poi materiali come il “materbi”, il “pla” o nuove creazioni che comprendono l’utilizzo di scarti vegetali, fibre di legno, perfino alghe.

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