Chernobyl: l’incubo ritorna reale

Chernobyl: l’incubo ritorna reale

11 Luglio 2019 0 Di il Cosmo

È il caso televisivo dell’anno e bastano pochi minuti per capirne il motivo

di Elisa Torsiello –

26 aprile 1986, ore 1:23 circa. Il cielo che riveste la centrale di Chernobyl è squarciato da una luce scintillante. Nessun fuoco d’artificio, nessuna cometa epifanica. Quella che parte dal reattore numero 4 della centrale nucleare è una luce portatrice di morte. Un paradosso, un ossimoro: il sonno eterno è per antonomasia collegato a un manto nero e nefasto che ricopre ciò che ha davanti per chiudergli gli occhi per sempre. A Chernobyl morte è sinonimo di lampo, fuoco, bruciature, ma soprattutto radiazioni. 

Un’onda nostalgica per gli anni Ottanta ha investito la recente produzione televisiva. La HBO, orfana di un suo caposaldo come “Game of Thrones” ha deciso di fornire il proprio contributo e, rimanendo fedele alla propria linea editoriale, lo ha fatto puntando su qualcosa di sorprendente e innovativo; nei piani della HBO non c’è spazio per combattenti di wrestling femminile dai costumi scintillanti (“GLOW”), o per coming of age mescolati abilmente a tinte horror e mostruose (“Stranger Things”). Al centro della sua nuova produzione c’è una delle pagine di storia che ha segnato per sempre gli anni Ottanta e con essa il futuro di molte famiglie: il disastro di Černobyl’.

La mini-serie in cinque episodi diretta da Johan Renck è un’opera da assumere in piccole dosi di ansia e commozione. Sebbene siano facilmente riscontrabili alcune inesattezze storiche e qualche licenza artistica (il personaggio della scienziata Ulana Khomyuk interpretato da Emily Watson non è mai esistito) “Chernobyl” non intende perseguire una caccia alle streghe ma narrare, nel modo più verosimile possibile, quanto accaduto non solo il 26 aprile 1986, ma anche nei giorni, mesi, anni seguenti. Per far ciò Renck punta su piani di ripresa ampi (campi lunghi, piani americani e pochi dettagli) quasi volesse tenersi a debita distanza dalle radiazioni, ma soprattutto per alludere all’universalità di una tragedia democratica che ha colpito indistintamente tutti gli abitanti: uomini, donne, bambini, cani, gatti, ricchi o poveri. Una ricerca in termini di realismo che non frena gli autori a mostrare i lati oscuri di questa catastrofe, dai corpi dei primi vigili del fuoco giunti sul luogo del disastro bruciati e disciolti, a colpi sparati per sopprimere chi a Pryp’jať è dovuto rimanere sebbene non per sua volontà (e non stiamo parlando di esseri umani). La fotografia fredda, gelida, giocata su sfumature del grigio e dell’azzurro intensifica non solo l’aura di morte che avvolge sempre di più questo teatro dell’orrore, ma preannuncia il destino verso cui le città limitrofe alla centrale di Chernobyl andranno incontro: da città del progresso ognuna di esse diventerà, cioè, città fantasma, luogo sospeso nel tempo e alimentato dal vento della paura e delle urla che l’hanno abitata per l’ultima volta nell’aprile 1986. 

Se “Chernobyl” riesce a stendere lo spettatore mandandolo in K.O è soprattutto grazie all’intenso lavoro svolto da un cast perfettamente calato nella propria parte. Jared Harris, Stellan Skarsgård ed Emily Watson svaniscono agli occhi dello spettatore; basta un nulla, un semplice movimento di camera ed ecco che gli attori eclissano per lasciar spazio ai loro personaggi. Immobili e fermi nelle loro posizioni prossemiche i tre alludono alla freddezza tipica della mentalità sovietica giocando di sottrazione mimetica e gestuale. Una metamorfosi totale che attrae gli spettatori nella propria rete diegetica per poi tenerli stretti a sé, incantandoli con il proprio sortilegio drammatico e sublime scevro di complessi tecnicismi e colmo di alacre suspense.

Non poteva scegliere un momento storico migliore lo sceneggiatore Craig Mazin per dare alla luce, dopo cinque anni di lunghe ed elucubrate ricerche, la propria creatura in formato televisivo. In un’epoca come quella contemporanea, investita e dominata da fake news, rigurgiti ideologici e retorica ostentata in ogni dove, il dramma di Chernobyl fa sentire più forte che mai il suo eco di mortifero dolore. Nulla sembra esser cambiato da quel 1986. L’Europa unita sulla carta non lo è nella pratica, e le vite dei cittadini in quanto esseri umani non sono altro che pedine da spostare a proprio piacimento da esseri autoritari incuranti dell’abuso di potere e pronti a tutto pur di nascondere i propri misfatti come polvere sotto il tappeto. 

Se da una parte il successo ottenuto da questa serie tenta di smuovere dall’interno i propri spettatori, spronandoli a riflettere circa i tremendi errori commessi in passato e da non reiterare, dall’altro rivela un aspetto inquietante e direttamente correlato alla sovraesposizione mediatica caratterizzante la nostra epoca. Seguendo l’onda mediatica generata dal fenomeno “Chernobyl” e la natura stessa di questo luogo diventato un’attrazione per se (si pensi alla foresta rossa il cui colore è mutato a causa delle radiazioni) sono molti gli influencer – e semplici spettatori – che non hanno avuto remore nel raggiungere queste città fantasma per immortalarsi al centro di location reali di un incubo ancora senza fine e realizzare così lo scatto perfetto. Poco importa se nell’aria vagano ancora scorie radioattive, o tra le case e sui scivoli dei parco giochi si aggirano gli spettri di una civiltà bloccata nel suo essere in potenza. L’egocentrismo, lo stesso che ha tentato di omettere e frenare la circolazione della verità tra le alte cariche del governo sovietico è lo stesso che si ritrova in quegli scatti pubblicati su Instagram, diapositive terrificanti da turismo dell’orrore. Una spettacolarizzazione del dolore che la serie dell’HBO ha sapientemente evitato, ma che si ritrova ora spiattellata sui ridotti schermi di apparecchi tecnologici perennemente collegati tra loro. La realtà supera, ancora una volta, la fantasia per reiterare il sostrato storico che pulsa sotto le pagine di sceneggiatura. E così la tragedia di Chernobyl, proprio come molti esseri che la abitano, non è morta, è soltanto mutata.