Anna Oliverio Ferraris: “L’allontanamento dalle famiglie è in ogni caso un trauma”

di Deborah Villarboito –

Anna Oliverio Ferraris è una dei massimi esperti in psicologia dello sviluppo e di tematiche legate agli adolescenti. Oltre ad essere un’autorevole docente all’Università di Roma, è stata membro della Consulta Qualità della Rai e del Comitato Nazionale di Bioetica. Affronta da sempre i temi dello sviluppo normale e patologico, dell’educazione, della famiglia, della scuola, della formazione, della comunicazione in contesti diversi, del rapporto con tv e nuovi media, delle dinamiche identitarie nella società contemporanea. Dirige, inoltre, la rivista degli psicologi italiani “Psicologia Contemporanea”. In questi giorni ha pubblicato ‘Tutti per uno’ con Salani, in cui disegna uno spaccato degli adolescenti a rischio di oggi. Le abbiamo chiesto che cosa succede ai bambini che vengono allontanati dalle proprie famiglie. 

Che cosa significa per un bambino essere allontanato dalla propria famiglia?

Generalmente è un trauma, anche se il bambino è stato maltrattato, perchè in famiglia ci sono i legami più forti: non solo i genitori ma anche fratelli e sorelle. Il bambino viene anche allontanato dalla casa in cui è vissuto sino a quel momento per lui carica di significati, di oggetti e spazi a cui è affezionato. Può comprendere il motivo dell’allontamento ma può anche pensare di essere stato allontanato dalla famiglia e dalla casa perchè lui si è comportato male (per esempio facendo arrabbiare papà, facendo la spia, sbagliando qualcosa nel colloquio con lo psicologo) o perchè non ha saputo difendere un suo congiunto. Naturalmente ciò non significa che debba essere lasciato in balìa di persone violente, abusanti, alcolizzate o altro. Se l’allontanamento è indispensabile va fatto con sensibilità e delicatezza, cercando di mettersi nella pelle del bambino.

Quando è effettivamente necessario allontanare i bambini dalla loro famiglia?

Quando i genitori sono irresponsabili, li maltrattano, li spaventano, li picchiano o li trascurano. Anche la trascuratezza è una forma di abuso. Oppure un genitore maltratta o picchia l’altro genitore sotto gli occhi dei figli. Alcuni genitori possono anche drogarsi in loro presenza o non mandarli a scuola. Insomma, quando l’ambiente familiare è “tossico” i bambini crescono ansiosi, insicuri ed esposti a modelli sbagliati. L’affido temporaneo (qualche mese, un anno…) a una famiglia può sostenere il minore in un periodo di crisi. Generalmente però i rapporti con la famiglia d’origine non vengono mai interrotti: ci sono scambi, telefonate, il bambino può tornare in famiglia nel fine settimana ecc ecc. C’è anche un tipo di affido “leggero” che consiste nel seguire il figlio di una famiglia in difficoltà – magari dal punto di vista economico, ma non solo – durante il giorno (lo si prende a scuola, gli si dà il pranzo, lo si fa giocare e fare i compiti) ma alla sera torna a casa sua. Nel frattempo i servizi sociali seguono la famiglia naturale, cercando di migliorare i rapporti all’interno del nucleo familiare.

Quali possono essere i disturbi che possono manifestarsi in età adulta dopo un allontanamento repentino del bambino dalla propria famiglia?

Insicurezza. Maggiore sensibilità agli stress. Ansia. Difficoltà relazionali. A volte violenza come bisogno di rivalsa. Ma possono poi entrare in gioco fattori benefici legati alle esperienze di vita e alla resilienza personale.

È possibile ricostruire un rapporto tra famiglie e bambini allontanati dopo la separazione?

Dipende da quanto è durata la separazione, dal temperamento del bambino, dalla sua capacità di ripresa. In genere più è lunga la separazione più è laborioso il ricongiungimento. Se il bambino si è sentito abbandonato e ritiene i suoi genitori responsabili della separazione può chiudersi a riccio e rifiutare i contatti. Bisogna allora che qualcuno lo aiuti in questo processo di ricongiungimento con sensibilità e comprensione. 

Un commento sulla vicenda di Bibbione.

C’è un’inchiesta in corso e quindi non disponiamo di tutti gli elementi necessari per poter dare un giudizio definitivo. Comunque se fossero vere le circostanze di cui si legge, ci sarebbero stati una serie di abusi da parte di operatori privi di etica professionale, incompetenti (la cosiddetta “macchina dei ricordi” non ha alcuna base scientifica), scorretti nel condurre i colloqui, insensibili nei confronti dei bambini e dei loro familiari in difficoltà, precipitosi nel dare i minori in affido o in adozione quando invece probabilmente molti di loro potevano essere aiutati a casa loro o con affidi brevi. Sarebbe anche venuto meno un controllo da parte di una commissione competente super partes, necessaria in un lavoro così delicato.

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