Djokovic e Federer: leggende, spettacolo, lo sport che ci piace

di Deborah Villarboito –

Non ci sono dubbi nel dire che Djokovic e Federer siano due giganti molteplicemente buoni. Il 5° trionfo a Wimbledon di Novak Djokovic, la finale più lunga di sempre (4h e 57′, 9′ in più di Nadal-Federer del 2008), la prima in assoluto con il tie-break sul 12-12 al 5° set. 

“È stato un match in cui è successo di tutto, una partita che trascende dal nostro sport. Sono eternamente grato di averne fatto parte. Grande rispetto per Roger Federer e per la nostra lotta titanica. È stato un grande piacere fare la storia e condividere il campo, ancora una volta, con la leggenda del nostro sport. Continuerò a sognare di prender parte ancora a questi momenti memorabili”, scrive su Instagram Djokovic. Il serbo non nasconde di aver dovuto soffrire per tornare a essere il n. 1: “Gli ultimi 12 mesi sono stati un vero e proprio viaggio nel tennis, dopo il ritorno dall’infortunio, cercando di arrivare al mio miglior livello di gioco. La fiducia in me stesso, la dedizione e il sostegno ricevuto da parte delle persone più vicine a me mi hanno permesso di essere ciò che sono oggi. Sono fortunato e ne sono consapevole”. Nato e cresciuto all’ombra dei due grandi rivali Federer e Nadal, si è dimostrato in molte occasioni il più forte di tutti. Nole ha vinto 16 Slam, due in più di Sampras, due in meno di Nadal e quattro meno dei 20 di Federer: di questi 16 ne ha vinte 4 contro Federer, 4 contro Nadal, 5 contro Murray, una contro Tsonga, una contro Del Potro e una contro Anderson. Di contro Roger Federer ha perso 22 partite dopo aver sprecato dei match point a favore.

D’altra parte, ora che Roger ha perso il titolo di Wimbledon possiamo dire che David Foster Wallace aveva ragione: Federer è un’esperienza religiosa, perché è grande soprattutto nelle sconfitte. Col suo gioco ci manda in estasi, e con i suoi fallimenti ci redime. Nel 2006 Foster Wallace scrisse un lungo saggio su Roger Federer per il New York Times. Il problema è che in questi tredici anni Federer ha finito per assumere una statura completamente diversa da quella che Wallace ebbe occasione di ammirare sul centrale di Wimbledon. Allora si trattava di un tennista imbattibile, nel pieno della carriera e nel mezzo di una striscia di successi inarrestabile: aveva sette slam in bacheca e non era difficile immaginare che negli anni a venire ne avrebbe vinti molti di più. E infatti Federer ha poi vinto molto, al momento più di tutti: ma se la sua figura ha dato origine a quel culto capace di trascendere i confini del tennis e pure dello sport.

Forse, il segreto della grandezza di Federer invece che nelle vittorie risiede proprio nelle sconfitte, nella sublime tragicità di vedere l’Eletto, il Predestinato, l’Onnipotente farsi improvvisamente umano. E perdere, perdere senza appello al termine di un supplizio lungo cinque set, esattamente come accade nella storia migliore di tutte, quella della Passione di Cristo. Già, perchè se i record legati alle vittorie stabiliti dallo svizzero un giorno saranno battuti, quelli legati alle sconfitte dureranno in eterno. Otto Wimbledon vinti sarà un traguardo enormemente difficile da raggiungere per chiunque, ma già oggi alla portata di uno come Djokovic. Ma perdere quattro finali sul campo più famoso del mondo, con incluse le due partite migliori dell’intera storia di questo sport, per giunta contro i due arcirivali è un’impresa che sicuramente non riuscirà più a nessuno.

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