L’Italia necessita di una rieducazione: culturale e sociale

di Sabrina Falanga –

Ci vorrebbe un nuovo tipo di educazione, capace di cambiare la cultura e l’educazione dell’intero Paese: un processo che non prevede misure drastiche, spesso richieste a gran voce dai cittadini, ma un percorso lento e radicale.

L’avvocato Gabriele Molinari, candidato con le Europee con +Europa dopo aver lasciato il Partito Democratico, di cui oggi è Portavoce in Europa, parla della sua visione dell’Italia, nel clima post elezioni. 

Un Paese, dice Molinari, che vedo diviso in tre parti: nord, centro e sud vivono abissali differenze non solo in termini geografici, ma anche in termini sociali ed economici. Il nord Italia, spiega, ha una potenza lavorativa che da solo potrebbe rappresentare un paese; il centro sopravvive con dignità, in una stabilità equilibrata, mentre il sud è palesemente vittima di una situazione problematica e di una gestione che sembra non aver visto gli effetti del tempo trascorso e i suoi eventuali progressi.

Molinari ha comunque fiducia nel Paese: non siamo il fanalino di coda di nessuno, sostiene ancora, anche se è triste dover ammettere che in termini di rappresentanza sembra si sia fatto di tutto per perdere le posizioni di rilevanza che avevamo.

In Europa contiamo ancora qualcosa, allora?, ci si chiede.

Ma è una domanda che prevede una riflessione, che l’Avvocato ci propone: dipende, risponde, da cosa si intende nel principio del contare qualcosa, può significare avere un Paese credibile senza rappresentanze di rilievo o avere rappresentanze di rilievo incarnate nella persona sbagliata, che oltretutto rappresenta uno Stato con grandi difficoltà. È uno sguardo tendenzialmente soggettivo, aggiunge, perché dipende dai valori e dai principi di ognuno: io valuto le cose secondo i miei, ovvero coerenza e pragmatismo.

Molinari, per quanto riguarda l’occhio all’Italia, si confessa preoccupato. E non parla in termini politici, quanto più morali e sociali. 

Mi spaventa la spontanea tendenza all’aggressività e alla violenza, sostiene, avverto un analfabetismo funzionale che riguarda l’educazione dei cittadini a trecentosessanta gradi e non parlo solo di educazione scolastica quanto di cultura affettiva e quotidiana. Anche a livello scolare, comunque, trovo che l’Italia non offra la giusta dimensione per aumentare la speranza di nuove generazioni capaci di influire in maniera positiva laddove le generazioni che hanno lavorato fino a oggi hanno lasciato danni. È un analfabetismo che impoverisce l’uomo sotto tutti i punti di vista. I cittadini, aggiunge, chiedono spesso misure drastiche alla loro Politica, ma tanti dei problemi che affliggono l’Italia andrebbero risolti con nuove forme di cultura che prevedono una rieducazione del modus pensandi collettivo. È come quando ci si ammala, conclude Molinari: si può prendere un unico medicinale, bomba chimica che in un attimo fa effetto, oppure scegliere un lungo periodo di riposo atto a modificare quei comportamenti quotidiani che ci fanno ammalare, per non ricaderci più e avere un vero risultato duraturo e radicale. 

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