Nel nome di Bibbiano

Reazioni e punti di vista di chi abita nell’occhio del ciclone

di Elisa Torsiello –

Chi scrive questo articolo non è solita parlare in prima persona. Anzi, è una cosa che aborra. Chi scrive questo articolo è però una ragazza nata e cresciuta tra Bibbiano e Cavriago, due paesini nella provincia di Reggio Emilia divenuti a loro malgrado protagonisti di una delle pagine più nere della cronaca recente. Già, perché fino al primo luglio di quest’anno dell’esistenza di questi due paesi in pochi ne erano a conoscenza; se la cavava forse meglio Cavriago, vuoi perché terra di nascita di Orietta Berti, o perché è l’unico posto in Italia con un busto dedicato a Lenin. Ma di Bibbiano si poteva dire tutto, meno che fosse una meta nota o blasonata. Eppure questo comune a 17 km a sud-ovest da Reggio Emilia di vanti da sfoggiare ne avrebbe anche parecchi: è la culla del Parmigiano Reggiano (furono i monaci del monastero benedettino di Corniano a scoprirne nel XII secolo la “ricetta”), terra di eroi e partigiani come i Fratelli Corradini e Don Pasquino Borghi Albertario. Un’unione di sacro e profano, di cibo e senso civico da sempre condivisa con la provincia che lo accoglie: Reggio Emilia. Un punto di passaggio, che solo in tempi recenti, con fatica e iniziative create ad hoc, sta raccogliendo i frutti di un inaugurale sviluppo turistico. Reggio Emilia, come Bibbiano, ha bisogno di un sintagma, di un complemento di specificazione che la accompagni per essere riconosciuta. È la terra di Don Camillo e Peppone, del gnocco fritto, dell’erbazzone, dei Fratelli Cervi, di Luciano Ligabue e di Zucchero. Ma da quei maledetti primi giorni di luglio del 2019 Bibbiano è divenuta la terra dello scandalo, dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, di ricordi inventati e minori strappati con l’inganno alle proprie famiglie. 

Uno tsunami improvviso, inaspettato che ha colpito e lasciati inermi i propri abitanti. 

Allibiti. Attoniti. Non ci sono termini migliori per descrivere la reazione di noi reggiani alla notizia del polverone che ha investito dapprima la nostra provincia e poi – come un domino impazzito – la regione Emilia-Romagna e perfino Torino. Un’ondata di sgomento che nella provincia reggiana non ha risparmiato nessuno. Giovani, adulti e anziani; uomini e donne che scuotono la testa all’unisono, incapaci di accettare la realtà e interiorizzare quello che è successo. «Abbiamo fatto tanto per far partire il turismo e valorizzare i nostri punti di forza come il Teatro Valli, la Pietra di Bismantova o la Chiesa della Ghiara così da non essere più un punto sconosciuto sulla mappa dell’Emilia-Romagna, per poi essere marchiati a fuoco da uno scandalo del genere» affermano con rabbia i molti giovani raggiunti tra il centro di Reggio, Cavriago e Bibbiano. Un pensiero che non si discosta molto da quello esternato dai vecchietti arzilli che, con in testa il fedele cappello per proteggersi dal sole cuocente di luglio, frequentano il bar in piazza a Bibbiano: «un tempo eravamo la terra rossa, sinonimo di sacrificio, lavoro e coraggio; dicevi Reggio Emilia e pensavi subito a banchetti prelibati, a sagre di paese, feste dell’Unità, alle grandi manifestazioni dei lavoratori, a coloro che hanno sacrificato la vita per i propri ideali, non solo in guerra, ma anche in tempi recenti, si pensi alla Strage di Reggio del ’60. Adesso dici Reggio, o peggio ancora Bibbiano, e la gente ci associa a questo scandalo ignobile».

Se tra via G.B. Venturi, il teatro Metropolis e il campo sportivo, le reazioni sono pressoché analoghe, perché figlie di un attaccamento alla propria città, a quel grembo materno che ci ha cresciuto, alimentato, plasmato, dall’altro le riflessioni maturate a posteriori si dividono in un bivio di pensieri. E così ci sono i bibbianesi increduli, incapaci di accettare il coinvolgimento del proprio paese in questa giostra di violenze e ingiustizie; sono cittadini che urlano a gran voce l’estraneità del sindaco Andrea Carletti in questo mercato dell’orrore. Sono giovani e adulti che, pur concordando sul fatto che una cosa del genere non doveva accadere, Carletti lo conoscono e per questo sono pronti a mettere la mano sul fuoco circa la sua innocenza. Dall’altro lato c’è chi, però, non lascia spazio al perdono e a suon di minacce e commenti lapidari lasciati su Facebook o trasportati dal vento caldo d’estate, chiede con tono perentorio la testa del loro primo cittadino. 

Reggio Emilia la dicotomia ce l’ha nell’anima, così come nel proprio toponimo. Una città che ha bisogno di due lemmi per identificarsi, è normale che viva di due anime perennemente in opposizione. E così, come fu sullo schermo con i democristiani e i comunisti di “Don Camillo e Peppone”, ancora una volta il piccolo mondo di Reggio Emilia e provincia si divide. Innocentisti e colpevolisti: due lati di una stessa medaglia uniti dallo stupore e dalla paura che il proprio paese venga ridotto a una barzelletta. Un’immagine della propria terra nefasta e distante da quella che per anni gli stessi abitanti hanno tramandato e costruito, pezzetto dopo pezzetto.

«Da cittadina di Bibbiano vedo Bibbiano dappertutto» mi racconta una mia compaesana, «ed è un’immagine di un paese completamente diverso da quello che ho conosciuto e che sento mio; fin quando eventi del genere accadono altrove, per quanto possa dispiacertene, finisci per affrontarli con un certo distacco, conscia e sicura del fatto che nel tuo paese cose del genere non accadranno mai; poi ecco che la realtà ti colpisce e una rabbia ti pervade, incapace di accettare che tutto ciò stia accadendo nel tuo comune, nella tua terra, nel tuo mondo». Triste, dispiaciuta, ma soprattutto in perenne attesa. La tensione entra nelle case, e ogni paese è in allerta, nel timore che il marcio venga ritrovato anche lì, dove mai pensavi potesse esserci. Spaesati e senza più punti di riferimento, gli abitanti non sanno più a chi credere, o dove guardare per ritrovare un barlume di speranza e sicurezza. Solo pochi mesi, fa nel 2018, un altro scandalo aveva colpito il paese vicino di Montecchio Emilia. In quella occasione a essere finita al centro dello scandalo è stato  il comandante della polizia municipale della Unione dei Comuni della val d’Enza, Cristina Caggiati, sospesa dal servizio per sei mesi per abuso di ufficio. Quando chi giura di proteggerti e rappresentarti ti volta le spalle, marchiando per sempre il tuo paese, è normale sentirsi disorientato, senza bussola, perso. Non sai più a chi credere; non sai più distinguere il vero dal falso, mentre il tuo piccolo mondo cade nel baratro finendo per diventare lo zimbello dei media.

La gogna mediatica se da un lato ha puntato il dito verso chi, nelle vesti di colpevole e mandante, è chiamato a pagare per le proprie colpe, dall’altra ha mandato un intero paese allo sbando, ridicolizzandolo. Social e media hanno cioè trasformato Bibbiano in una zona di mostri, nemesi di se stessa e del ricordo che di lei riserbiamo. Un universo speculare di quello reale, un mondo uscito dal “sotto-sopra” televisivo o, se vogliamo, dai nostri incubi più repressi. Una piazza in cui inscenare teatrini e campagne politiche o auto-promozionali, scordandosi spesso del perché il paese è finito sulle pagine di cronaca e finendo così per ingigantire la vicenda con storie rivelatesi false. Ora che i contorni dell’inchiesta si stanno chiarendo si sono infatti capite meglio alcune cose: non vi sono stati casi di elettroshock, per esempio; il sindaco di Bibbiano non aveva avuto niente a che fare con i presunti abusi e gran parte delle intercettazioni riportate dai giornali arrivano da situazioni delicate che richiedono molta attenzione per essere capite e contestualizzate. Vi sono perfino casi di video fatti circolare in rete totalmente estranei a queste vicende – si pensi a quello del bambino strappato al padre in Sardegna – e comunque spacciati come testimonianze dirette dei casi al centro dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Un’esacerbazione mediatica che sta dilaniando il paese e gettata con incuranza sugli abitanti brucianti di rabbia. 

Bibbiano, Cavriago, Montecchio, prima ancora che covi di colpevoli, sono luoghi abitati da esseri umani e se tra questi esseri umani vi sono effettivamente dei criminali è giusto che paghino; ma l’orrore, quello non è a nome nostro. Non è a nome dei bibbianesi, dei cavriaghesi, o dei reggiani in generale. Ciò che colpisce, che fa male, che fa salire la rabbia non è il coinvolgimento o meno del sindaco come complice; lui, come ricorda una giovane concittadina, “è un essere umano”. Ciò che fa male è assistere a questo continuo indicare Bibbiano come un covo di streghe e demoni, una zona da esorcizzare e da tramutare in una barzelletta da deridere. L’intervento dell’esorcista padre David, l’acqua benedetta lanciata sulle scale del municipio, le strade cosparse con il sale di Cervia (quando il sale a Bibbiano viene spalato soltanto durante le nevicate invernali) sono lame fendenti che colpiscono il cuore del paese e dei suoi abitanti. Abitare a Bibbiano è come abitare in una bolla di vetro. Scossa continuamente, attende che tutto ritorni al suo status quo, mentre la giustizia fa il suo corso e l’impatto mediatico scemi pian piano.

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