The Upside, il remake di Quasi Amici canta la forza dell’amicizia in chiave americana

di Elisa Torsiello –

Dietro la realizzazione del remake di un film come “Quasi Amici” deve nascondersi tanto coraggio è un pizzico di azzardo. Una prerogativa inevitabile, dettata soprattutto dal successo mediatico che ha accompagnato il film di Olivier Nakache ed Eric Toledano sin dalla sua uscita nel 2011. E di coraggio e audacia Neil Burger ne deve aver avuta molta quando ha accettato il guanto di sfida e portato a casa “The Upside”, remake a stelle e strisce proprio di “Quasi Amici” (disponibile adesso sulla piattaforma di streaming Amazon Prime Video). Lo sviluppo narrativo segue pedissequamente il testo d’origine francese: l’incontro dei due protagonisti, l’incipit, la storia personale di Phillip e il suo incidente, gli allontanamenti e i rapporti ritrovati combaciano come due metà di una stessa mela. Se la cornice risulta perlopiù immutata, a rendere distanti questi film è la diversa disposizione del contenuto all’interno dei due quadri e la fattura simbolica di certi atteggiamenti o background culturali. Si prenda il protagonista Dell (Kevin Hart) qui rappresentato come ex-carcerato, separato e con un figlio; un uomo dal passato difficile che si presenta ai colloqui per evitare la galera. Modifiche più o meno importanti, queste, rispondenti a culture, mentalità e universi differenti, come quello francese e americano. Divergenze che si palesano con maggior potenza quando a essere indagato è il linguaggio puramente filmico: in “Quasi Amici” i registi Olivier Nakache ed Éric Toledano seguono un discorso cinematografico atto a porre lo spettatore nella sua posizione di testimone privilegiato; il pubblico si affeziona ai personaggi per il loro modo di fare, di parlare, di pensare rendendo del tutto superfluo l’utilizzo di flashback che invece costellano la versione americana. I ricordi di Phillip (Bryan Cranston) giungono come bagliori di luce nella notte; sono chiavi di letture che aprono il cassetto della mente del protagonista permettendo allo spettatore di inoltrarsi nel suo mondo interiore, acuendo il processo di partecipazione affettiva tanto cara allo storytelling a stelle e strisce Eppure per quanto vincente in termini di immedesimazione spettatoriale (il film ha trionfato al botteghino americano tanto da scalzare dalla vetta un colosso come “Aquaman”)  questa incursione temporale frena il corso del racconto, risultando a tratti del tutto superfluo. 

Inutile sottolineare la bravura di Bryan Cranston e Kevin Hart. La loro è una chimica che sormonta lo schermo cinematografico riuscendo a commuovere lo spettatore. Privato della comunicazione gestuale, Cranston si rivela all’altezza del suo ruolo, concentrando tutto il suo talento sull’espressività e la comunicazione degli occhi: sono loro i veri vettori di sentimenti e disagi di un personaggio immobilizzato su una sedie a rotelle. A fare da contraltare è la mimica gestuale di Kevin Hart, a volte caricata ma mai fuori contesto. In questa girandola caleidoscopica di emozioni delude una Nicole Kidman in ombra, limitata da un personaggio stereotipato e a tratti gelido che la ingabbia senza lasciarle dimostrare così il suo innato talento. Intima e giocata su piani ravvicinati, nella sua semplicità la regia di Burger si dimostra capace di armonizzarsi al comparto dialogico. Evitando virtuosismi il regista mette la macchina da presa al servizio dell’aspetto contenutistico così da amplificare la potenza del linguaggio non verbale. Se in “Quasi Amici” a sottolineare ulteriormente la specularità degli ambienti di provenienza dei due protagonisti è la fotografia (calda per Philippe, fredda per Driss), in “The Upside” questa risulta monocromatica, del tutto uniforme e, di conseguenza, poco incisiva nella sua sottolineatura emotiva. Per quanto gradevole possa apparire, “The Upside” è perfettamente paragonabile al corpo di Phillip: incapace di muovere le giuste corde e (s)muovere lo spettatore, il film attacca, ma non colpisce. Il risultato che ne deriva è quello di un film sufficiente, ma non eccellente, frenato da quella sensazione di “dèja-vu” che lo attanaglia, ponendolo in uno stato di inferiorità rispetto al suo precedente francese.

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