In strada senza reggiseno per Carola Rackete

Uscire senza reggiseno per solidarietà a Carola Rackete. L’iniziativa di protesta è stata lanciata da due ragazze di Torino, Nicoletta Nobile e Giulia Trivero, ed è prevista per sabato 27 luglio. Starete pensando: ma che c’entra il capo intimo con la capitana tedesca di SeaWatch 3? L’idea che ispira questa azione è che tutte le donne devono essere libere di vestirsi come vogliono. Ecco perché le due promotrici invitano il mondo femminile a uscire di casa senza reggipetto per andare in negozio, al parco o in ufficio. Proprio come aveva fatto Carola, andando in Procura senza reggiseno (e attirandosi per questo motivo altre critiche).

Spiegano Nicoletta e Giulia: “La protesta nasce con ironia, ma l’obiettivo non è poi così leggero. Scandalizzandoci per la capitana senza reggiseno si punta a distrarre l’attenzione dai veri contenuti, demonizzando al tempo stesso il corpo femminile”. Siamo a rivendicazioni che paiono prendere le mosse dagli anni ’70, quando i reggiseni uscivano dalle case, ma solo per essere bruciati in piazza. Manifestazioni, allora, figlie di un femminismo in forte crescita.

“Quando abbiamo letto delle polemiche sul caso siamo rimaste sconvolte e così abbiamo deciso di muoverci. Volevamo fare una protesta che non fosse nulla di violento e così abbiamo scelto la modalità di non indossare il reggiseno. Una scelta che ogni donna può fare senza scandalo né volgarità”. In quante raccoglieranno la provocazione? Il tam-tam ha avuto nei social il megafono d’eccezione, tanto che anche l’altra metà del cielo – i maschi – potrebbero a loro volta inscenare una protesta tutta particolare: uscire indossando il reggiseno. Le due donne torinesi sono d’accordo: “Qualsiasi iniziativa non violenta che ci supporti è ben accetta. Chiunque può aderire. Basta non mettersi il reggiseno”.

Chissà se a Carola Rackete qualcuno riferirà di questa solidarietà da parte delle donne italiane. Chissà se si riuscirà davvero a mettere per un giorno in soffitta i preconcetti sulle donne. Anche se, va detto, il diritto di vestirsi come vogliono dovrebbe essere un diritto di tutti i giorni. Non solo una provocazione di 24 ore.

di Alessandro Pignatelli

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