Frantz: colorare il passato con i fantasmi del presente

Nell’attesa della 76.esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, la recensione di uno dei film più intensi presentati al festival nel 2016.

di Elisa Torsiello –

Il bianco e nero ha un che di fantasmagorico al cinema; lo spettatore, chiuso nella sala cinematografica, travalica la soglia del sogno per entrare in quella del passato abitato da fantasmi immortalati nel loro ritorno alla vita. Cocteau affermava che il cinema è la morte al lavoro, e davanti a una pellicola contemporanea girata in bianco e nero  la sensazione che pervade lo spettatore è quello di ritrovarsi nel regno dei morti; una catabasi in cui muoversi tra ricordi e sogni, aspirazioni ed espiazioni. Fa niente se molti di quei personaggi non sono mai esistiti; solo per il fatto di comparire sullo schermo e muoversi, respirare, amare e piangere davanti a noi, il cinema li consegna alla vita eterna. 

A un mese dall’inizio della 76.esima edizione della mostra del cinema di Venezia è giusto riproporre l’analisi di un film che non solo ha partecipato al festival lagunare, ma ha sapientamente giocato sull’uso del bainco e nero, facendo danzare ricordi e paure, passioni e rimorsi: Frantz di François Ozon.

È il 1919: la giovane tedesca Anna (Paul Beer) si appresta come di consueto a far visita alla tomba del suo amato morto in guerra. Lì trova un mazzo di fiori freschi lasciati da non si sa chi. Ed è in quel preciso momento che la sua quotidianità viene sconvolta da Adrien (Pierre Niney), soldato francese sopravvissuto all’orrore delle trincee. La presenza del ragazzo colpisce Anna la quale, proprio grazie a questo silenzioso e affascinante sconosciuto, riprende a vedere la luce in un presente dominato da ombre. Adrien si rivela vecchio amico di Frantz, conosciuto a Parigi e frequentato tra musei e Café. Entrato in seno alla famiglia dell’uomo, diventa proiezione e conforto per i suoi genitori che assecondano la simpatia di Anna per Adrien. Ma i sorrisi non riescono a lavare lo sporco che attanaglia e soffoca l’animo del giovane. Schiacciato dal rancore e pressato da un rimorso che cova nel profondo, Adrien si libera dei suoi peccati confessando ad Anna la sua indicibile verità. 

In maniera speculare dall’uso canonico, Ozon dipinge la realtà di una bicromia fatta di bianco e nero, mentre i flashback di colori accesi e pittorici, facendo di ogni inquadratura un quadro impressionista suggerito dalla forza del ricordo. Un’opposizione di fazioni che una volta ricongiuntisi creano una voragine in cui perdersi e mettere in dubbio la veridicità di un pensiero e la fondatezza di un ricordo.

Adattamento di una pièce di Maurice Rostand che Ernst Lubitsch aveva già trasposto sul gande schermo nel 1932 (“L’uomo che ha ucciso”), tra le mani di Ozon “Frantz” diventa un trattato melò (ma non per questo melenso o retorico) sul senso di colpa e sul peso delle menzogne che schiaccia, fino a deformarle, le vite dei suoi personaggi. Se il protagonista di Lubitsch rivela senza indugio le ragioni del suo arrivo, l’Adrien di Ozon si avvicina gradualmente alla famiglia di Frantz. Entra nel loro nucleo domestico in punta di piedi, trascinando un fardello inconfessabile che solo gli occhi di Anna riescono a slegare. Il Frantz del titolo è dunque un personaggio evocato solo per ricordi; una figura resa tangibile e reale solo attraverso l’arte della parola e della musica; questa mancanza fa del film di Ozon un film sull’assenza dedicato alla ricostruzione di un’esistenza perduta scandagliata con fare proustiano tra verità e menzogne. Il regista manipola ogni personaggio e la sua coscienza, finendo per confondere lo spettatore con visioni sinestetiche e silenzi funerei di violini che riempiono le pareti di casa. Posizionando la propria cinepresa all’altezza degli sguardi, Ozon scava nell’interiorità di ogni singolo personaggio, risvegliando per osmosi ogni dubbio, rimorso e rancore che serpeggia nell’intimità dello spettatore in sala. In salotto, al bar, sulle rive di un fiume, i protagonisti di “Frantz” combattono l’assenza facendo rivivere Frantz nel loro immaginario; ed è in quel momento che la fantasmagoria del bianco e nero si tinge di colore. È il sogno che abbraccia la realtà, la delicatezza rassicurante di un passato spensierato che incontra la tristezza del presente. Una lotta intrinseca all’essere umano tradotta da Ozon in uno scarto cromatico contornato da ambientazioni bucoliche e tableaux vivants che accolgono i personaggi mescolando le loro lingue e le loro nazionalità. Sospinta da una forza drammatica e alimentata da un pathos crescente, la bellezza di “Frantz” risiede nel non detto, nello scontro tra finzione intangibile e colorata e una verità pronta a richiedere il conto. Perché per quanto universali e accomodanti possano risultare, la fantasia e la manipolazione della realtà sono un balsamo che costa parecchio, mentre la verità è un venditore impassibile e sempre pronto a fatturare.  

Perfetta reduplicazione metaforica della bellezza del cinema, arte dell’inganno e del sogno, “Frantz” è un film che merita una seconda visione e, soprattutto una sua riscoperta. E in questo non stiamo mentendo.

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