Africa, Francia addio: finisce l’epoca del colonialismo?

di Deborah Villarboito –

L’Africa occidentale prova a recidere i legami con la Francia. Un progressivo allontanamento dall’ex colonizzatore europeo che potrebbe concretizzarsi anche sul piano economico, oltre che politico, con l’arrivo di una moneta unica che sostituirebbe il controverso franco CFA. È una nuova valuta comune, chiamata ECO, che avvicinerà invece alla Cina i paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale con il possibile ancoramento allo yuan. Ad Abidjan, negli scorsi giorni si è svolta la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali della Cedeao, nel corso della quale si è discusso molto del progetto di moneta unica dell’area. La Cedeao, che conta al suo interno otto diverse monete, punta ad arrivare all’adozione di una moneta unica entro il 2020.

Dunque, l’area occidentale dell’Africa, sulla scia della voglia di emancipazione da Parigi, propagandata soprattutto dal Ghana (Paese anglofono) tende a slittare dall’orbita francese verso l’area di influenza cinese. Da anni ormai la Cina è la potenza più presente nel continente, non solo nell’area orientale dell’Africa. Anche da qui potrebbe nascere la decisione di ancorare la nuova moneta ECO potrebbe essere ancorata allo yuan cinese, anche per evitare eccessive oscillazioni. Il governo cinese non potrebbe che rallegrarsene, anche perché si tratterebbe della naturale evoluzione di un processo di relazioni con la Cina, che rappresenta il principale partner commerciale della maggior parte dei Paesi africani.

L’annuncio dell’abbandono del CFA e, dunque, il divorzio da una delle sopravvivenze del colonialismo francese, deciso, al momento, solo di 13 Stati, appare però più un atto simbolico che un vero e proprio affrancamento da un passato ingombrante. Il franco “franco delle colonie francesi d’Africa” di fatto sono in realtà due valute che circolano in alcuni Paesi africani. Nacque nel 1945 ed ebbe la convertibilità autorizzata e garantita dal ministero del Tesoro del governo di Parigi. Nella pratica di oggi, lo si vede circolare in 14 Stati africani, gran parte dei quali sono francofoni e fanno riferimento alla sfera di influenza francese, con le sole eccezioni della Guinea equatoriale (ex spagnola) e la Guinea-Bissau (ex portoghese).

Ad essere affezionati restano i rappresentanti dell’establishment degli Stati africani dove la moneta si adotta e delle loro classi dirigenti. Le ragioni del sostegno hanno a che fare con la sicurezza dell’ancoraggio all’Euro, alla garanzia di prezzi sostanzialmente stabili, al fatto di essere a riparo da terremoti monetari o sobbalzi inflazionistici, oltre alla tranquillità e linearità di scambi commerciali con l’Unione Europea e, soprattutto, con la Francia, che con le classi dirigente di molti Paesi delle loro ex colonie continuano a mantenere forti legami, ma specialmente forti pressioni politiche.

Le critiche arrivano invece da un fronte variegato, che considera il franco CFA un ostacolo severo alle potenzialità di sviluppo negli Stati dove circola. Lo pensa una buona parte del mondo intellettuale africano, la parte della società civile organizzata anticolonialista, lo pensano molti analisti delle dinamiche politiche in atto nel continente. Se dunque si volesse cercare un comune denominatore aggregante di tutte le correnti anti-CFA, potremmo dire che il sentimento comune si fonda sulla sensazione che quella moneta continui ad essere uno strumento di controllo della Francia sui destini dei 14 Stati dove fa il suo corso. Da considerare i privilegi che quella moneta garantisce ai ricchi africani i quali, per effetto del cambio fisso, possono spendere e spandere denaro, diffusa com’è la corruzione in numerosi Stati africani. 

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