Carabiniere ucciso: ma noi giochiamo il nostro derby della sopraffazione

di Alessandro Pignatelli –

L’Italia di destra e l’Italia di sinistra. Un derby che si gioca anche sulla vita delle persone. L’ultimo esempio, il carabiniere ucciso a Roma, è esplicativo. Pochi hanno ricordato la vittima, che stava facendo il suo lavoro, e la famiglia che lascia (si era sposato un mese fa). A cavalcare l’evento sono stati i commenti sulla nazionalità dei presunti assassini. All’inizio si era sparsa la voce che fossero nordafricani, poi statunitensi. E allora vai con il solito gioco al massacro che tanto va di moda da noi ormai: colpa dell’immigrazione selvaggia, se ne stiano a casa questi delinquenti, pena di morte. E altro. Prima che si appurasse che probabilmente con l’Africa non avessero niente a che fare. E allora è stata la volta degli altri: ora non vi sdegnate più? Effettivamente, abbiamo scoperto pure che ci sono stranieri di serie A e stranieri di serie B. Ma il derby non è mica finito qui. 

E’ arrivata la foto del presunto assassino, bendato durante l’interrogatorio. E allora la folla ha preso a parteggiare per un’Italia stato di diritto e per un’Italia stato di polizia. Hanno fatto bene a bendarlo, dovevano riempirlo di botte. No, non possiamo scendere al loro livello. Ditelo alla moglie rimasta vedova. E altri discorsi di questo tipo, di un qualunquismo intriso d’odio davvero mai visto. 

Siamo diventato così? Quando esattamente? Abbiamo solo trovato il modo di esternare i nostri sentimenti che prima in qualche modo reprimevamo? Non siamo stati capaci di stare zitti neanche il giorno dei funerali del 35enne morto sul lavoro. Dovevamo salire a tutti i costi sul cavallo (che mai sarà vincente). Ma non per effettiva tristezza per la moglie vedova, quanto per la rabbia che coviamo verso i nostri simili. Per sopraffare l’altro, che ha idee diverse dalle nostre. Mettergli i piedi in testa, aggredirlo, accerchiarlo. Dirgli che è stupido, che non capisce, che non è umano. Ripeto: da destra e da sinistra. 

C’era una volta l’Italia forse troppo democristiana, ma che stava bene al centro. Gli estremismi venivano isolati e avevano solo alcune manifestazioni per esprimere le loro opinioni e il loro sprezzante odio. No, non è un rimpianto per la Prima Repubblica, ma per personaggi della politica che erano in grado di non fare salire troppo i toni. Forse perché erano professionisti della politica, con tutti i pregi e i difetti che questa definizione si porta dietro. Oggi abbiamo altrettanti dilettanti, che sanno solo arringare le folle. L’Italia è piena ormai di questi personaggi, così come di crociate stupide: per Carola, per gli sbarchi, per i rubli russi, per i 49 milioni della Lega, per l’uso delle armi per la difesa personale. Ci indigniamo a tempo; quando una questione si prolunga per un po’ ci annoiamo e iniziamo a discutere di un’altra. Mai con cognizione di causa. Sappiamo solo urlare per coprire la voce del prossimo. Per metterlo alla gogna se non la pensa come noi. Facciamo i nostri derby sulla vita di chi muore, accoltellato o su un barcone. Sinceramente, questo periodo storico fa schifo. Sì, chiamiamo le cose con il loro nome. Basta difendere uno o l’altro. Se vogliamo scendere in campo con le nostre opinioni, dobbiamo farlo discutendo. Non insultando. Non per prevalere, ma per capire. 

Sì, perché in questa melma può darsi anche che si nasconda qualche buona idea. Ma non lo sapremo mai se continuiamo ad alzare il volume dello scontro. E a non accorgerci che stiamo perdendo tutti. Non la destra o la sinistra. 

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