Marco Valerio Ricci, quando lo sport è anche mente

di Deborah Villarboito –

Marco Valerio Ricci si occupa di aiutare sportivi e non nelle prestazioni quotidiane spingendoli a dare il meglio attingendo alle proprie risorse. Primo mental coach italiano a entrare a far parte dello staff ufficiale di una Squadra Nazionale maggiore, quella Italiana di Rugby nel 2007, Marco Valerio è oggi uno dei maggiori esperti italiani di PNL, la Programmazione Neuro Linguistica, e, cme si autodefinisce, “un intagliatore di diamanti”.

Come ti sei avvicinato a questo ambito?

Le cose nella vita capitano perchè per metà le si vuole e per metà per caso. Ci sono due momenti in particolare in cui mi ci sono avvicinato. Alle superiore, ho frequentato una scuola in America, un nostro coach di nuoto utilizzava tutta una serie di tecniche in cui ci parlava anche di programmazione neurolinguistica e coaching. La cosa che mi aveva lasciato strabiliato, è che noi non eravamo particolarmente forti come squadra, ma avevamo terminato la stagione imbattuti, secondi ai campionati della Contea. Questa cosa mi è sempre rimasta dentro, ma a 18 anni non è che avessi così tanta attenzione. 

Quando hai capito che sarebbe stata la tua strada? 

Ho iniziato a studiare nell’ambito del coaching negli anni ’90, quando ci sono stati i primi corsi e libri pubblicati in Italia sul tema. Sono rimasto sempre in contatto con il mondo sportivo, mi è capitato di avvicinarmi ad alcuni atleti che mi chiedevano consigli, con un approccio che all’epoca era a metà tra il ruolo del coach e quello che si occupa della motivazione. Al di là dell’entusiasmo che lì per lì poteva avere un impatto, ma una volta esaurito finiva lì, un approccio di struttura di pensiero, quindi di come un atleta riesce ad accedere alle sue massime prestazioni, faceva veramente la differenza, anche nel medio e lungo periodo. Ho continuato a lavorare con gli atleti e ad approfondire, fino ad arrivare alla Nazionale di rugby. Sono arrivato a capire che fosse la mia strada seguendo la mia passione, ma anche con aiuto della casualità.

Quale è attualmente il rapporto tra allenatori e mental coach quando si parla di atleti?

Spesso mi capita di ascoltare dagli allenatori di esperienze negative legate a questo rapporto. Spesso dicono che i mental coach facciano più danni che altro. Questo è dovuto perchè spesso si lavora sull’ego e lo si aumenta nella persona. Si perde di vista che lo sportivo funziona bene all’interno del contesto in cui è. Non serve a nulla “pomparlo” inutilmente e caricarlo di entusiasmo, se poi non riesce a funzionare nelle reazioni. Ci deve essere un percorso che lavora sull’individuo, nel coach stesso. Non si parla solo di un insieme di tecniche, ma bisogna aver fatto un grosso lavoro su di sé, sulla propria gestione delle emozioni, dell’ego, della misura del proprio “successo”, inteso come far accadere le cose progettate. 

Che cosa fa un mental coach?

Il mio ruolo è quello di aiutare con la mia esperienza e competenze a fare risplendere della miglior luce i diamanti di cui sono intagliatore. Non aggiungo nulla rispetto a ciò che la persona ha già. Un atleta, specialmente se è a già alto livello, anche se sta crescendo come giovane promessa, dal punto di vista tecnico e di quello che deve fare nel suo ambito sportivo ha già chi se ne occupa. Il mental coach deve lavorare sui processi interni per accedere agli stati potenzianti e alle migliori risorse che l’atleta ha e saperlo fare indipendentemente dai fattori esterni, questo invece viene tralasciato molto spesso.

Il mental coach come è visto in Italia?

Con diffidenza, nel senso che è anche un fattore culturale. Negli Stati Uniti è forte l’idea della delega. Viene automatico allora che nel momento in cui una squadra, un atleta o un team che abbia bisogno di un supporto da un punto di vista mentale e di processi interni, venga delegato ad un professionista. Nel nostro Paese ancora adesso si trovano degli allenatori che non delegano e discuto sul lavoro degli specialisti, che possono essere anche preparatori atletici. Ciò accade perchè c’è questa idea che l’allenatore deve sapere tutto e applicarlo. Con i mental coach spesso si sentono gli allenatori dire che gli viene tolto un ruolo. Un altro fattore è quello della conoscenza: l’allenatore spesso pensa che il mental coach faccia un certo tipo di lavoro che non è necessariamente ciò che dovrebbe fare un mental coach. Poi c’è anche un aspetto di responsabilità dei mental coach stessi che sono spesso non preparati, ma hanno così voglia di fare e di essere protagonisti, per cui accendono queste dinamiche per cui la professione non è ancora vista come parte dello staff.

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