Soumaila Diawara: “L’Africa deve trovare la sua indipendenza per crescere”

di Deborah Villarboito –

Soumaila Diawara è un poeta e intellettuale originario di Bamako, in Mali. È laureato in Scienze Giuridiche con una specializzazione in Diritto Privato Internazionale. Milita nel partito di opposizione “Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance” (SADI) in cui ben presto ricopre la figura di guida del movimento giovanile. Grazie al suo partito ha modo di viaggiare in vari paesi in Africa, America Latina, Europa e in Canada nella continua lotta per la liberazione del suo paese dall’imperialismo occidentale. Diventa responsabile della comunicazione del suo partito in collaborazione con la Sinistra Maliana e con l’Organizzazione della Sinistra Africana (ALNEF). Nel 2012 è costretto ad abbandonare il Mali in quanto accusato ingiustamente, insieme ad altri, di un’aggressione ai danni del Presidente dell’Assemblea Legislativa. A seguito di tali accuse molti suoi compagni hanno incontrato la morte, altri pochi sopravvissuti sono fuggiti dal paese, mentre lui si trova costretto a seguire le rotte dell’attuale fenomeno migratorio partendo dalla Libia su un gommone. Grazie al salvataggio di una nave della Marina Militare giunge in Italia nel 2014 dove ottiene la protezione internazionale ed è tuttora rifugiato politico. Gli abbiamo chiesto di descriverci la situazione africana quando si parla di “neocolonialismo”. 

«L’allontanamento dalla Francia, soprattutto quando si parla della moneta, sarebbe una cosa molto bella e che potrebbe dare una spinta all’economia africana. Non avendo il controllo, perdiamo ogni anno circa l’80% delle nostre risorse. Per una questione di garanzia, paghiamo sempre i debiti dalla Francia, sempre con gli interessi, con i nostri soldi che stanno nella loro banca. La sparizione del franco CFA segnerà la fine di questo meccanismo, speriamo solo che non ne inseriscano un’altra forma di neocolonialismo» spiega Soumaila. 

Il rapporto con gli ex colonizzatori comporta molti problemi: «Dobbiamo sottostare a ciò che vogliono e decidono. In Africa è sposso difficile costruire scuole o altre strutture, dobbiamo sempre adeguarci alle potenze internazionali che controllano le nostre risorse e la nostra economia. Questa cosa non aiuta per niente l’Africa, soprattutto a livello economico e a livello di adeguamento strutturale, che è molto difficile: parliamo di sanità, libero accesso all’acqua potabile. Sono anche queste le cause dell’emigrazione dall’Africa».

Avvicinarsi ancora di più alla Cina non porterà a grandi cambiamenti: «Ultimamente sta succedendo che la Cina si sta prendendo tutte le terre in Africa, di conseguenza i contadini stanno perdendo i loro possedimenti e il loro profitto. Le multinazionali che operano sul territorio e i nostri capi di stato corrotti alla grazia del capitalismo non porteranno a grandi stravolgimenti. Non voglio illudermi su certe dinamiche, ho visto da vicino l’operato cinese e cosa comporta ai nostri contadini. Preferirei che l’Africa si mettesse a creare la sua propria moneta, non appoggiandosi a nessuno. Abbiamo le risorse per garantire la nostra moneta, non abbiamo bisogno delle potenze per avere delle garanzie».

Quale può essere un futuro virtuoso per l’Africa? Conclude il poeta: «Si parla di progresso quando la gente riesce a portare le cose che vuole e di cui ha bisogno avanti. L’avvicinamento della Cina comporta che in Africa con l’accordo di Cotonou del 2009, a cui ha partecipato anche l’Unione Europea, questo Stato abbia comprato molte terre africane, al profitto delle multinazionali cinesi, prendendo la terra alla popolazione. I contadini hanno perso la terra e disperatamente non sanno più come fare: togliere la terra ad un contadino è una condanna. Questa è l’altra faccia della Cina che viene a investire, a costruire strade e ferrovie. Questa non è una cosa che può aiutarci. La gestione diretta delle nostre risorse, una nostra unità monetaria, allora si può parlare di un progresso. Fino a quando queste cose saranno irrealizzabili, in Africa non si potrà parlare di progresso».

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