“Ciccio” Graziani: “Il mondo è cambiato e il calciatore si è adeguato”

“Ciccio” Graziani: “Il mondo è cambiato e il calciatore si è adeguato”

8 Agosto 2019 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Francesco “Ciccio” Graziani è una delle icone del calcio italiano. Con i suoi modi semplici, ma diretti, a volte focosi, l’abbiamo visto e continuiamo a vederlo in diversi ambiti. Gli abbiamo chiesto quanto sia cambiato il calcio italiano negli anni e non solo. 

Quanto è cambiato il calciatore negli anni?

E’ cambiato il mondo, non è cambiato il calciatore. Il calciatore si è adeguato. Questo vale per tutti, anche per gli atleti, i nuotatori, i pallavolisti. Lo sport è totalmente cambiato, perchè è cambiato il mondo, quindi tutti si sono adeguati. Anche il mio mondo è cambiato rispetto a quello di una volta. Adesso, con le tecnologie e tutte le situazioni che ci sono e si vivono è un mondo diverso. Solo che noi, a differenza di quelli di oggi, avevamo forse più passione, stavamo più vicini alla gente. Mi ricordo che tutti gli allenamenti erano aperti. Chiunque poteva venire a vedere senza problemi. Oggi non c’è più questa possibilità, i campi della Serie A sono tutti blindati, non è possibile vedere gli allenamenti. E’ tutto un mondo diverso purtroppo.

Nella sua carriera ha avuto diversi rapporti con gli allenatori. A distanza di anni e con l’esperienza anche da panchina, come fare per evitare divergenze allenatore-giocatore?

Qualche discussione l’ho avuta, tutte inerenti alla professione. Con qualcuno c’era più feeling, più confidenza, con altri un pochino meno. Il feeling si crea con la professionalità e il rispetto reciproco. Poi non è detto che tra le persone che si stimano e si vogliono bene non ci possano essere discussioni. Io credo che ci debba essere soprattutto rispetto dei ruoli. L’allenatore deve averlo per i suoi calciatori e loro per lui. Poi in alcune fasi di concitazione di una partita, di un allenamento o di un periodo, può succedere che si vada fuori dalle righe. L’importante è che ci sia subito un chiarimento e si ritorni alla normalità. Una squadra per rendere bene ha bisogno di uno spogliatoio in armonia. Quando si è gli allenatori tutto si fa più difficile perchè si sa che quelli che tu scegli da mandare in campo sono tutti contenti. Quelli che invece rimangono e vanno in panchina o in tribuna si sentono non considerati o messi da parte. 

Succede sempre più spesso che ci siano botte e risposta sui giornali per le dichiarazioni fatte durante conferenze stampa e altre occasioni. Non c’è più dialogo negli spogliatoi?

Quello che si discute e si fa negli spogliatoi, deve rimanere lì dentro. Il problema di oggi è che il mondo è cambiato. Oggi i calciatori comunicano su Twitter, su Instagram, con qualsiasi mezzo tecnologico che hanno a disposizione. Una volta noi non ce lo avevamo. C’era un’attenzione maggiore nei confronti delle società, dei tecnici. Oggi ci sono i procuratori che parlano per bocca del calciatore. Poi quello dice “no non c’entro niente, è lui che si è esposto”, mentre magari poi il procuratore ha detto veramente quello che voleva il calciatore che si è nascosto in quel momento. Oggi è completamente un mondo diverso. Il calciatore ha un peso maggiore rispetto a ieri. A volte diventa anche un piccolo teatrino, che passa magari per bocca di altre persone ma quello che viene fuori è perchè il calciatore vuole fare sapere qualcosa di suo. Poi magari si nasconde dietro al fatto di non c’entrare niente, perchè il procuratore ha parlato per bocca sua, invece non è proprio così.

Oggi sembra ormai che un singolo giocatore sia determinante per un’intera squadra. Questo è un atteggiamento corretto o una situazione legata ai mercati? 

Anche nel nostro tempo avevamo dei giocatori che sapevamo facessero la differenza. Io sono stato uno di quelli nelle squadre in cui ho giocato, soprattutto nel Torino. Ero con altri tre o quattro uno dei giocatori più rappresentativi, però sapevamo che per vincere le partite servono anche quelli meno bravi. Una squadra è composta da tanti elementi, più o meno bravi. C’è quello che magari con la sua giocata può fare la differenza e quello che magari la differenza la fa con l’impegno, con il sudore, con l’attenzione, la concentrazione. Questo succedeva ai miei tempi, come succede oggi.

In tutti questi anni di carriera, qual è l’aspetto a cui è più legato?
Se faccio riferimento alla mia carriera credo l’affetto e la stima dei compagni delle squadre in cui ho giocato. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con i miei compagni. Era la prima cosa su cui focalizzavo tutto. Sono sempre stato convinto che essere positivi all’interno di un gruppo porta a grandi sacrifici. Certamente me lo dovevo conquistare questo rispetto, affetto e simpatia. Poi non ci sono riuscito con tutti ovviamente, perchè è una questione di carattere. Però il primo impegno e la cosa più bella che mi porto dentro è questo fatto di essermi fatto voler bene. Questo mi ha sempre dato grandi vantaggi, perchè quando i miei compagni hanno potuto aiutarmi lo hanno sempre fatto. Farsi volere bene dai compagni è l’aspetto primario per me, me la sono conquistata sempre questa cosa qua.

Oggi si può riscontrare ancora questa idea?

Oggi è difficile, anche perchè la differenza che c’è è enorme. Io ho avuto per tanti la fortuna di giocare con tutti ragazzi italiani. Poi a fine carriera hanno incominciato a subentrare degli stranieri, ma al mio tempo ne avevamo al massimo due per squadra. Non avevamo neanche l’alternativa, nel senso che potevano giocare solo due, e due ne dovevi avere. Oggi invece ci sono squadre che sono formate per l’80% da stranieri e quindi la situazione è più difficile da rimarcare. La differenza è soprattutto questa, anche in un discorso di comunicazione. 

Non è diventato un po’ avvilente vedere i calciatori fare un po’ i capricci su ingaggi e stipendi?

Oggi il calciatore è diventato di per sé una piccola industria. Una volta non lo era, non firmavi a tempo, ma a vita. Io mi ricordo che in alcuni momenti della mia carriera, si andava in ritiro precampionato e se ad un certo punto vedevi un compagno con le valigie, gli chiedevi dove stesse andando. Lui rispondeva che lo avevano venduto…Oggi non è più così. Il calciatore ha un potere enorme sulla società. Intanto fa dei contratti a tempo, che ti portano grandi vantaggi. Ci sono alcuni che hanno contratti da quattro anni e dopo due le società chiamano per dirgli di venire a firmare, dandogli di più. Di tutta risposta il calciatore dice di no per cambiare squadra. E’ diventato un mondo completamente diverso. Soprattutto una volta che firmi per quattro anno, sai che quella società ti paga. Che tu faccia 30 gol oppure due, non cambia nulla. Credo che a volte il calciatore perda anche degli stimoli. Ai nostri tempi non era così: alla fine dell’anno se non avevi portato a casa il risultato, ti davano ancora di meno. 

L’esperienza in Nazionale, che cosa è significato e significa portare la divisa?

Ha significato molto perchè quando indossi quella maglia, che è il sogno di ogni bambino, pochi eletti possono ottenerla, almeno ai miei tempi. Oggi ci sono calciatori addirittura che vengono convocati senza aver fatto nemmeno una partita di Serie A. Una volta, se non giocavi almeno 60-70 partite lì, non ti chiamavano. Oggi ci sono calciatori che vengono selezionati senza aver fatto nemmeno una presenza in Seria A. Indossare quella maglia è un grande privilegio perchè ti dà l’occasione di pensare che tu in quel momento sei tra i migliori 25-30 calciatori che ci sono in Italia.  Quando indossi la maglia della Nazionale rappresenti la tua nazione, c’è un senso di patriottismo che ti assale, che ti prende e ti fa sentire importante. Ti dà anche grandi responsabilità. E’ una maglia che ti fa crescere anche caratterialmente, pesa. Quando giochi con la tua Nazionale non c’è divisione di tifo, è tutta l’Italia che in quel momento che tifa per te.