Un DiCaprio da Oscar(?): Revenant, Redivivo

Nell’attesa di vederlo nel nuovo film di Quentn Tarantino, analizziamo il film che ha consacrato l’attore ai premi Oscar 2016

di Elisa Torsiello –

Piano Sequenza: inquadratura che risolve senza stacchi di montaggio l’intera sequenza di un film, comprendendo un intero segmento narrativo.

Il piano sequenza è forse uno degli elementi più difficili da analizzare per ogni studioso di cinema. Eppure dietro a tale difficoltà si cela un’incommensurabile importanza storica. In un ambiente come quello dello star-system hollywoodiano che reprimeva gli estri creativi dei registi, nelle mani sapienti di Alfred Hitchcock (“Nodo alla Gola”), e Orson Welles (“Quarto Potere”) l’impiego del piano-sequenza è stato l’inizio di una ribellione organizzata in sordina, il concime che avrebbe reso possibile la fioritura della figura dell’autore. Oggi, che ogni aspetto registico sembra essere stato superato, ogni regola ribaltata, e la rivoluzione autoriale ha visto compiersi gli effetti dei propri moti rivoluzionari, il piano-sequenza diventa per un regista oggetto di studio e di demarcazione autoriale. Ed è in queste vesti che tale cifra stilistica si è affidata all’universo di Alejandro González Iñárritu. 

Così come in “Birdman”, anche in “Revenant” (2015) il regista messicano torna a impiegare il piano-sequenza per restituire un senso di realtà alla propria opera. Tra alti e bassi, le immagini in movimento, offerteci nella loro unicità temporale, appaiono come momenti di vita realmente vissuta dai propri protagonisti. Perché quella di Hugh Glass – e prima di lui quella di Riggan Thomson – è veramente un’esistenza fatta di cadute e continui rialzamenti. Un canovaccio riproposto, sebbene in maniera meno metaforica, dal regista messicano, ma in “Revenant” più che alla resa della vita che scorre, siamo di fronte a un uomo che striscia per la sopravvivenza in un gioco di forze poste in equilibrio tra morte e rinascita. L’uscita dalle gelide e impetuose acque del fiume, l’aprirsi di un varco tra il caldo ventre di un cavallo, e la stessa immagine bucolica di una natura prospera, tutto è lì, pronto a caricare allegoricamente il cammino di Glass verso una nuova vita.

Un ritorno dal regno dei morti illuminato dal fuoco della vendetta: Glass, tenendo fede alla propria onomastica, è un vetro rotto (ri)forgiato dalla promessa omicida di uccidere l’assassino del figlio. Lungo questo cammino, la cinepresa di Iñarritu non cessa mai di immortalare il proprio protagonista circondandolo di una natura maestosa. Una scelta non banale, ma accuratamente studiata dal regista messicano insieme al fedele direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki: decontestualizzata, svuotata del suo significato primario e risemantizzata di un senso magico e divino (lo stesso che si può assaporare nei film di Terrence Malick) quella della natura è una rappresentazione che parla di sé dall’interno, un universo dove tutto muore per rinascere, proprio come il personaggio di DiCaprio. È l’habitat perfetto, il teatro metaforico più consono affinché Glass possa compiere la sua performance di redivivo. L’importanza rivestita dalla scenografia naturale e dalla sua resa fotografica basta per dimostrare il ruolo primario svolto da Lubezki nel corso dell’intera realizzazione del film.

Certo, a giocare il ruolo di capitano rimane Iñarritu la cui macchina da presa non si limita a registrare passivamente ciò che accade dinnanzi a lei, ma arriva perfino a partecipare in prima persona agli eventi, lasciandosi sporcare di sangue o annebbiare l’obiettivo dal respiro affannoso di DiCaprio. La macchina da presa diventa così essa stessa personaggio: rivela la sua presenza con i suoi movimenti, si avvicina ai volti dei personaggi per scrutarne ogni sintomo di dolore e emozione, volteggia tra di loro per mostrare, con panoramiche e carrellate, chi guarda e chi viene guardato. Eppure, dietro a questo tentativo di rivitalizzare il genere del “revenge-movie”, spolpandolo fino all’osso per poi immetterlo al centro di un contesto come quello della natura selvaggia, l’opera di Iñarritu sarebbe risultata asettica senza l’intervento di Lubezki. Ed ecco che giungiamo al perché “Revenant” è un film imperfetto.

La fotografia di Lubezki, unita alla regia di Iñárritu, fanno di questo film un’arma a doppio taglio: tripudio di emozioni visive, l’opera pecca di una componente umana perlopiù tralasciata. Lo spettatore è ammaliato, si sente perso e ipnotizzato dinnanzi allo scenario incontaminato immortalato dal regista, senza però provare alcuna empatia nei confronti del personaggio di DiCaprio. Ostacolato da una barriera invisibile, assiste alle cadute e alle rinascite di Glass, senza immedesimarsi perché bloccato da qualcosa. Quel qualcosa è la macchina da presa di Iñárritu, troppo potente, troppo accurata, troppo pretenziosa. 

Se all’orizzonte si scrutano barlumi di umanità, questi sono da ritrovarsi nelle poche scene al chiuso, o nei dialoghi tra il Capitano e Fitzgerald (Tom Hardy e Domhnall Gleeson). Gleeson infonde al Capitano mille sfaccettature umorali, mentre Hardy dona anima e corpo al suo villain senza osare, senza urlare, ma incutendo ansia e terrore con la sola forza dei propri sguardi penetranti. È paradossale che sia proprio Fitzgerald, l’uomo senza anima, a risultare il più umano tra i personaggi di Inarritu. Il solo fatto che lo spettatore provi ribrezzo nei suoi confronti, dimostra quanto Hardy sia riuscito ad approntare a Fitzgerald una componente umana (fatta eccezione per il Capitano di Gleeson), altrimenti difficile da riscontrare nel resto dei personaggi. 

Di certo non è riscontrabile nel personaggio di DiCaprio, nella cui afasia, l’attore finisce per essere vittima del suo stesso ruolo, rispondendo con troppa veemenza alle situazioni (forse un po’ troppo assurde) che egli si ritrova ad affrontare. Glass cade, si rialza, striscia, chiede vendetta. Il tutto non proferendo parola. La sua è una performance fisica, che ammalia certo, ma non sconvolge emotivamente. Divenuto un tutt’uno con la natura circostante non riusciamo a immedesimarci in lui perché è divenuto anch’egli un oggetto da ammirare, venerare, ma niente più. È questa la grande pecca di “Revenant”: l’aver puntato tutto sull’aspetto visivo, e poco su quello umano.

Il piano sequenza, «lungo, insensato, innaturale, muto, che ci mette in uno stato di orrore per la realtà» come direbbe Pasolini, potrà amplificare la sofferenza patita da Glass durante l’attacco del grizzly, o dilatare il senso di caos durante l’attacco da parte degli indiani, ma non è in grado di compartire questi sentimenti in maniera sincera con noi spettatori. Esso è bastato a far vincere la statuetta a Leonardo e a Iñarritu, ma non a rendere questo progetto un po’ più onesto, un po’ più umano e per questo un po’ più perfetto.

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