Vittima di un mostro, oggi Barbara ci insegna il significato della sofferenza

Vittima di un mostro, oggi Barbara ci insegna il significato della sofferenza

8 Agosto 2019 0 Di il Cosmo

di Sabrina Falanga –

Sono tante le tematiche che affrontiamo attraverso questa rubrica, a proposito del mondo uomo-donna, ponendo (inutile negarlo) l’accento su quello che è il ruolo femminile: lo facciamo in particolar modo in questa puntata di #Uomen, attraverso la storia di Barbara Bortolotti, che nel mondo ha, oggi, un ruolo speciale. Quello di sopravvissuta. E in quanto tale Barbara ci insegna che la sofferenza non è inutile quando serve a evitarla, il più possibile, agli altri.

La storia di Barbara

Quella di Barbara è una storia che risale al 2003, ma che ancora oggi riesce a lasciarci sgomenti a causa del concentrato di violenza che contiene in sé. Ma non solo. A lasciarci sgomenti è anche l’ingiustizia che si è rivelata dopo.

Barbara aveva 29 anni, sposata con un poliziotto, incinta del terzo figlio. Aveva anche uno spasimante, il collega Giuseppe, segretamente invaghito di lei, che mal sopporta l’idea che Barbara non sia “sua”. Con la scusa del doverle parlare, Giuseppe chiede a Barbara di vedersi fuori dal lavoro: porta la donna in un luogo isolato ed è lì che avviene il fatto mostruoso. Il collega la colpisce ripetutamente con un martello in testa. “Se non posso averti, meglio ucciderti” ricorda di essersi sentita dire. Dopo le martellate, le coltellate, che trafiggono e uccidono il bimbo che portava in grembo. Ma la follia di Giuseppe non si placa: dà fuoco a Barbara, guardandola bruciare finché non la crede morta.

Solo dopo Barbara racconterà che è il pensiero dei suoi figli ad averle dato forza, in quel momento: riesce a chiedere aiuto a due persone che passavano in auto, la corsa in ospedale, il nome del suo aguzzino fatto ai medici, prima del crollo in coma.

Sono sei i mesi che Barbara ha vissuto in ospedale, per le cure intensiva, prima di risorgere a una nuova vita, nonostante le cicatrici, nonostante il terrore, la depressione.

Giuseppe avrebbe dovuto scontare venticinque anni di carcere, alla fine gli vengono dati quattro di domiciliari: ma, alla fine, non sconta nemmeno quelli grazie all’indulto. 

E oggi?

Oggi l’uomo lavora in banca, è marito e padre. E per quanto sconcertante sia, vogliamo concentrarci su chi è Barbara, oggi. 

Perché la donna non solo ha trovato il coraggio e la forza di ricostruire una vita che sembrava finita, ma ha dato vita anche all’associazione “Libera di vivere”, che si occupa di aiutare qualsiasi persona in difficoltà: “Libera di vivere – si legge nelle informazioni dell’associazione – può aiutarti a vivere per sempre con il rispetto di chi ami”.

È inaccettabile “giustificare” la sofferenza (specialmente se di questa portata) con quei principi karmici che ci fanno dire che, comunque, Barbara oggi può salvare vite di bambini, donne e uomini che, senza di lei, probabilmente non si sarebbero salvati. Quanto è vero il mondo, certo. Ma è anche vero che l’amore che abbiamo dentro dovrebbe essere sufficiente, che non dovrebbe essere invece necessario soffrire così profondamente.

Ma ragioni a certi avvenimenti non siamo in grado, da esseri umani, di trovarle. L’unica consolazione che abbiamo è concentrarci sulle anime come quella di Barbara, cercando invece di dimenticare (per quanto utopico sia) le anime dannate come quella di Giuseppe. Concentrarsi sulla sofferenza che si trasforma e che trasforma, sulla forza di una donna in rinascita, su una parte di esistenza che nonostante tutto non solo si rigenera ma decide anche di darsi all’universo.

Barbara, oggi, è come uno dei fiori più belli: che è proprio quando viene calpestato che inizia a inebriare l’universo con il suo profumo.