Gimondi: se n’è andato un pezzo del “bel ciclismo andato”

di Deborah Villarboito –

Una folla ha accolto il feretro del campione scomparso a 76 anni, portato a spalla da tanti ex colleghi e amici dalla sua abitazione fino alla chiesa di Paladina. Ad omaggiare Felice Gimondi altre leggende del ciclismo, da Saronni a Moser, oltre che da parte di tantissimi amatori, appassionati e semplici tifosi. Diverse centinaia di persone hanno accompagnato Felice Gimondi nel suo ultimo viaggio. 

Il 1965 è un anno in cui tutto sembra possibile. È anche la prima stagione di Felice Gimondi fra i professionisti. L’anno precedente aveva corso e vinto il Tour de l’Avenir, probabilmente la più importante corsa a tappe a livello giovanile, e aveva partecipato alle Olimpiadi di Tokyo, pur senza ottenere grandi risultati. Nel ‘65 passa professionista con la Salvarani, la squadra capitanata da Vittorio Adorni. 

L’avvicinamento al Giro d’Italia è perfetto, o quasi. Adorni coglie il secondo posto alla Milano-Sanremo battuto allo sprint dall’olandese Arie den Hartog. In quella primavera del 1965 c’è però un altro giovane italiano che si mette in mostra nella Salvarani e si tratta proprio di Felice Gimondi. Il Tour de France 1965 è senza padrone. La Salvarani si presenta quindi con la squadra migliore possibile per cercare di cogliere un risultato storico con Vittorio Adorni: non solo la vittoria al Tour de France, ma anche la doppietta Giro-Tour riuscita fino a quel momento solo a Coppi e Anquetil. Il bello di questa storia è che Gimondi non doveva neanche partecipare a quel Tour. Nonostante ciò, viene chiamato lo stesso, per dare una mano fin dove possibile.

All’arrivo diventa ufficialmente il vincitore del Tour de France, a soli 22 anni, alla sua prima partecipazione, nel suo primo anno fra i professionisti. Sembra l’inizio di qualcosa di grandioso. La Gazzetta dello Sport il giorno dopo titola “Gimondi ha sfondato le porte alla nuova era italiana”. Bruno Raschi scrive che «la superiorità dell’asso italiano ha fatto precipitare all’istante l’atmosfera di tensione che nel primo pomeriggio sembrava ancora gravare sul Parco dei Principi, alimentata dal chiasso di una folla pittoresca, dentro la quale erano proprio gli italiani, dopo anni di acuta carestia, a calzare il berretto frigio. Era il loro 14 luglio». Erano passati soltanto cinque anni dall’ultima vittoria italiana di Gastone Nencini nel 1960, gli anni di “acuta carestia” di cui parla Bruno Raschi. Nessuno poteva immaginare che da lì alla successiva vittoria italiana al Tour sarebbero passati non cinque ma trentatré anni. Una vita intera, tanto che Bruno Raschi non visse abbastanza per godersi il trionfo di Pantani nel 1998. 

Il Tour de France del 1965 rimase l’unico di tutta la carriera di Felice Gimondi. L’uomo che sembrava dovesse far rivivere all’Italia i fasti di Coppi si schiantò contro una generazione fra le più sature di puro talento. Ma di lì a poco quella sarebbe diventata soprattutto l’epoca di Eddy Merckx, “il Cannibale”, uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi, nonché una leggenda dello sport intero. 

Dal 1968 le sfide fra Gimondi e Merckx proseguirono per tutto il decennio successivo e si conclusero quasi sempre con la vittoria del belga. Nonostante tutto, però, Gimondi nella sua carriera è riuscito a vincere praticamente tutto quello che poteva, a volte approfittando dell’assenza del suo principale rivale, altre volte battendolo a sorpresa come al Mondiale di Barcellona del 1973, forse la sua vittoria più bella, il capolavoro che vale un’intera carriera. Non tanto per il prestigio quanto per l’aver battuto in una gara secca tutti i grandi rivali della sua interminabile carriera: Merckx, Maertens, Ocaña, che, scrive ancora Bruno Raschi, «avrebbero dovuto lasciarlo, secondo pronostico, alla pedaliera», furono tutti messi alle spalle da quel bergamasco con lo sguardo umile.

Tre vittorie al Giro d’Italia (di cui l’ultima a quasi 34 anni, nel 1976), una alla Vuelta a España, un Tour de France, e poi la Parigi-Roubaix del 1966, due volte il Giro di Lombardia e la Milano-Sanremo 1974 ci raccontano di un ciclista capace di essere competitivo su tutti i terreni, e in momenti diversi della stagione. Era un altro ciclismo, certo, ma fra i suoi coetanei ce n’erano comunque pochi come lui. Di ciclisti come Felice Gimondi, in grado di vincere in ogni momento e in qualsiasi modo, ce n’era solo un altro in quel periodo e purtroppo si chiamava Eddy Merckx.

Il primo incontro ravvicinato tra i due, ce lo racconta lo stesso Gimondi, fu però alla Volta a Catalunya del 1968. In particolare nella tappa a cronometro in cui un giovane Eddy Merckx riuscì a battere Gimondi in quella che era una delle sue specialità, come tre anni prima il giovane Gimondi aveva fatto con Poulidor. «Lui mi batté per la prima volta a cronometro e fu un boccone difficilissimo da mandar giù. Con Ferùn, Ferretti, il mio compagno di stanza, siamo stati fino alle due di notte a camminare avanti e indietro per la spiaggia per capire perché mi aveva battuto. «Dopo l’ho capito: perché era più forte. Ma mi ci sono voluti due anni per capirlo».

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