India: la questione kasmira riaccende le tensioni

di Martina Cera –

Lo scorso cinque di agosto il Ministro dell’Interno indiano, Amit Shah, ha annunciato al parlamento di New Dehli l’approvazione di un decreto presidenziale che priva Khasmir e Jammu delle autonomie previste dalla costituzione con l’articolo 370. 

La peculiarità del Kashmir è di avere una popolazione – che supera di poco i 12 milioni, a maggioranza musulmana ed di essere quindi è un’enclave all’interno di un Paese induista.  

Oltre ad essere al centro di una disputa territoriale con il vicino Pakistan, indipendente dall’India dal 1947, la regione confina con lo Xinjiang cinese in cui Pechino sta compiendo da anni una vera e propria opera di cancellazione dll’identità dei musulmani uiguri. Se da un lato Islamabad ha annunciato l’esplulsione dell’ambasciatore indiano Ajay Bisaria e la revisione di tutti gli accordi precedentemente conclusi con New Dehli, dall’altro l’ambasciatore cinese all’ONU Zhang Jung ha auspicato a margine di una riunione del Consiglio di Sicurezza che entrambe le parti risolvano attraverso il dialogo la situazione nella regione, senza aggravare ulteriormente la tensione con prese di posizione unilaterali. 

Nelle ore subito successive alla dichiarazione del Ministro dell’Interno Nuova Dehli ha imposto un coprifuoco per evitare manifestazioni e ha arrestato diversi politici locali, vietando anche qualsiasi comunicazione verso l’esterno. 

Già durante il suo primo mandato il premier ultranazionalista Narendra Modi aveva posto l’accento sulla questione kashmira, ma solo con legittimazione politica ottenuta con le ultime elezioni è riuscito a portare il dossier sui banchi del Parlamento. L’idea di un Kashmir privato delle proprie autonomie sposa perfettamente la visione di “induismo muscolare” promossa dal leader del Partito Popolare Indiano, che in questi anni ha costruito la sua narrazione politica proprio sull’opposizione tra induisti e musulmani, riaccendendo la miccia delle tensioni con il Pakistan e in qualche modo giustificando le continue violenze interne al Paese nei confronti della minoranza. 

Il decreto, descritto dal Primo Ministro come un semplice atto di riorganizzazione amministrativa del territorio è stato accolto dai suoi oppositori come un attacco all’identità del Paese, immaginato dai suoi padri fondatori come laico e da sempre descritto dagli indiani stessi come “la più grande democrazia asiatica”. 

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