Lo sport in Festa: Torna il Festival dello Sport nel segno del paralimpico

di Deborah Villarboito –

Torna il Festival dello Sport, a Trento dal 10 al 13 ottobre: sul palco una generazione di campioni, tra medaglie in serie, grandi imprese e storie speciali.

Lo sport paralimpico è relativamente giovane, ma la sua strada è fatta anche di campioni che sono stati capaci di andare oltre. Alcuni imbattibili e imbattuti, come la tennista olandese Esther Vergeer o il saltatore in alto canadese Arnie Boldt, oppure lo sciatore australiano Michael Milton o la nuotatrice statunitense Trischa Zorn, fino ad arrivare a quelli che ancora sono lì a mostrare il loro grande talento: dal saltatore in lungo tedesco Markus Rehm (fra gli ospiti lo scorso anno alla prima edizione del Festival dello Sport a Trento) al cestista canadese Patrick Anderson e al campione di boccia greco Greg Polychronidis. Se ci sono loro in gara, meglio evitare puntate su altri per l’oro. Fra questi fenomeni spiccano glorie d’Italia: Assunta Legnante in pedana nell’atletica nei lanci, al pari di Oney Tapia; Bebe Vio nella scherma; Martina Caironi ancora nell’atletica tra velocità e salto in lungo; Alex Zanardi nel paraciclismo. Nello sci, la milanese Silvia Parente è diventata un punto di riferimento per quello che ha fatto a Torino 2006.

Facile che la mente vada prima di tutti a Oscar Pistorius. Alla Paralimpiade di Londra 2012, dopo essere stato il più applaudito dei Giochi insieme a Usain Bolt nello Stadio ora del West Ham, il sudafricano amputato alle gambe all’età di 18 mesi venne presentato come «The Greatest Paralympian ever», il più grande di sempre. Se non quello, di sicuro il più importante e famoso. Fuori dalle questioni giudiziarie, nessuno come lui è stato capace di trasformare la percezione non solo del mondo paralimpico, ma della disabilità in generale. Ha ribaltato le prospettive, come fanno tutti gli atleti paralimpici, ma ha saputo mostrarlo al mondo: una persona senza gambe capace di correre più veloce di coloro che le hanno. Fu lo shock sportivo di questo nuovo secolo. Era il 2005, poco dopo la Paralimpiade ateniese, suo primo palcoscenico internazionale, quando disse per la prima volta: «Voglio le Olimpiadi». Divenne Blade Runner. Fra vittorie in pista e controversie giudiziarie seppe conquistarsi il diritto a disputare i Giochi. Altri in passato ci erano riusciti, ma Pistorius lo fece imponendosi all’attenzione del mondo.

La prima di sempre a partecipare in Olimpiade e Paralimpiade nello stesso anno fu però una italiana: la veronese Paola Fantato ha fatto la storia dello sport in quell’edizione del 1996 ad Atlanta. Si qualificò in entrambi i Giochi, tirando con l’arco in carrozzina, lei colpita dalla poliomielite a 8 mesi. La sua immagine fece il giro del mondo. Ricorda: «Non c’erano disabilità e carrozzina, solo arco e frecce». Ha vinto 5 medaglie d’oro, una d’argento e 2 di bronzo in 5 edizioni della Paralimpiade.

Non ci sarebbe stato Oscar senza Tony. A perfezionare le lame che poi permisero a Pistorius di correre a una Olimpiade fu un ragazzo americano nato senza la parte terminale delle gambe e con le braccia che si fermavano prima del gomito. Tony Volpentest è stato il fenomeno degli anni 90 non solo dell’atletica paralimpica, dominatore in pista a Barcellona e Atlanta. Ha origini italiane, i suoi bisnonni giunsero negli States da Ripabottoni, paese del Molise, e si chiamavano Volpentesta. Ha tracciato la strada. Pistorius si appassionò alla corsa guardando e studiando video con le sue gare. Strade che poi anche altri hanno percorso. La donna più veloce del mondo con una protesi è italiana: Martina Caironi è stata la prima senza una gamba a correre i 100 metri sotto i 15 secondi. Non solo: ha condito la corsa col salto in lungo e diventando anche qui la migliore. Nell’atletica le stelle azzurre brillano non solo in pista: in pedana fra i ciechi i migliori di sempre sono italiani. E per fortuna lanceranno ancora a lungo. Nessuno è mai stato dominante come Assunta Legnante nel getto del peso. Quando fece il suo esordio in campo internazionale, neanche i giudici erano preparati alle sue misure. Capitana degli azzurri ai Mondiali del 2007 prima di diventare cieca, alla sua prima gara paralimpica nel maggio 2012, poche settimane prima della paralimpiade di Londra, fece subito il record del mondo. Il primo di una serie ancora aperta. Battibile solo da sé stessa. Sulla sua scia Oney Tapia, nato a Cuba e ora italiano, anche lui diventato cieco, ma non per una malattia come Assunta: nel 2011 un tronco lo colpì mentre lavorava come tree climber. Cinque anni dopo era alla Paralimpiade di Rio. Domina nel lancio disco, cominciato quando lo avvolse il buio.

Il fenomeno mondiale dello sport in carrozzina è un’altra azzurra. Francesca Porcellato è la più grande atleta paraplegica nella storia. Non è un’esagerazione, lo dicono le 13 medaglie in 10 edizioni dei Giochi in tre sport diversi quali atletica, sci di fondo e handbike. Nella corsa in carrozzina ha vinto ogni tipo di medaglia fra paralimpiche e mondiali a cavallo dei due secoli. Poi ha scelto lo sci nordico: oro a Vancouver 2010. La terza incarnazione sportiva l’ha portata su una handbike e anche qui ha saputo diventare la più brava di tutte, con un doppio bronzo che vale oro (erano accorpate categorie diverse) a Rio 2016 e ori mondiali. Un vanto italiano nel mondo. Andiamo in piscina. Jessica Long, adottata da una famiglia americana dopo essere stata abbandonata in orfanotrofio siberiano perché nata con le gambe malformate, aveva 12 anni quando partecipò alla prima Paralimpiade, Atene 2004: furono subito medaglie d’oro. È la più grande nuotatrice amputata di sempre e non ha ancora smesso di vincere.

Assunta Legnante è uno dei nomi più belli dell’atletica degli ultimi quindici anni. E a Trento ci sarà anche lei. Olimpica prima, paralimpica poi, “paralimpica olimpica” ora. Se mai possa esistere una definizione di questo tipo. “Atletica e basta. Non c’è differenza. Stessa fatica. Stesse emozioni. E io lo posso dire con certezza”. Per Assunta i primi Giochi paralimpici furono a Londra, i più belli di sempre in quei giorni magnifici del 2012. Era diventata cieca da circa tre anni, dopo aver partecipato a Europei, Mondiali e Olimpiade. Sempre il getto del peso nel cuore e nella mente, la stessa specialità che l’ha portata ancora a partecipare (e vincere) con atlete che ci vedono. Qualche tempo fa ha rotto un’altra barriera: era ai regionali (non paralimpici) a Rieti. Per essere in pedana deve essere accompagnata, il regolamento lo vietava. Ora qualcosa è cambiato. Grazie a lei. A Modena, finale dei societari, lanciò a 16,45 m. La seconda si fermò a 15,64. Aveva la misura di qualificazione per poter partecipare alla rassegna continentale che ha preceduto quella paralimpica. “Le misure che faccio ora non mi avrebbero permesso di arrivare fra le prime otto. Non sarebbe stato giusto”. Una scelta difficile, quella della rinuncia, ma ponderata.

La lista potrebbe allungarsi. Nomi che hanno travalicato la storia e sono entrati nella leggenda. Senza di loro lo sport paralimpico non sarebbe quello che è oggi. E che diventerà domani.

Rispondi