Russia, ci risiamo: il silenzio che uccide

di Alessandro Pignatelli –

“Forse il peggiore incidente nucleare dopo Chernobyl”. Arriva dal New York Times questa frase, dagli Stati Uniti quindi. Si parla dell’esplosione nella base militare russa di sommergibili atomici, avvenuto lo scorso 8 agosto. Proprio Washington sta cercando di saperne di più, ma dalla Russia trapela poco o niente. Si sa che ci sono state sette vittime, tra cui cinque scienziati. Stop. La cortina è scesa potente, proprio come capitò all’epoca per Chernobyl. A scatenare l’incendio sarebbe stato il test fallito su un missile a crociera e propulsione nucleare. 

I russi sono talmente bravi a nascondere i fatti, proprio come all’epoca del reattore nucleare, che le notizie arrivano con il contagocce. O non arrivano proprio. Addirittura, si dice che la contaminazione, questa volta, sia stata tenuta nascosta persino ai medici che hanno dovuto soccorrere i feriti. E uno dei soccorritori sarebbe stato colpito anche lui da radiazioni nucleari. Reticenza e omertà di Putin, come all’epoca di Gorbaciov. Cambiano gli anni, addirittura i millenni, mutano i confini e i nomi dei Paesi, nuovi leader salgono al potere, ma la Russia si comporta esattamente come il vecchio orso sovietico. 

Un’omertà che mette in pericolo anche l’Occidente, noi, oltre che gli stessi abitanti russi. Della nube e della portata dell’incidente avvenuto a Chernobyl si seppe dopo. Molto dopo. Oggi sappiamo che un medico è rimasto contaminato dal cesio 137. Se avesse saputo che i feriti erano radioattivi, avrebbe potuto sicuramente prendere qualche accorgimento e probabilmente oggi si potrebbe salvare. Così, no. “Nessuno ha notificato al personale dell’ospedale di Mosca che i tre feriti erano radioattivi. Solo dopo qualche tempo i chirurghi hanno ricevuto grembiuli di piombo”. Ora tutto il personale vive nel terrore: “Una cinquantina è stato invitato a Mosca per controlli. Nessuno si fida. Nessuno”. E come potrebbero?

Forse per non veder scalfita la sua posizione di super potenza che non può sbagliare mai, la Russia si comporta esattamente come durante la Guerra Fredda. Negare sempre, anche davanti all’evidenza. Anche davanti alla possibilità che qualcuno possa darti una mano, se tu ammettessi. Le cose si sanno molto tempo dopo, diremmo fuori tempo massimo. Quando spesso non si può fare nulla per limitare perdite e danni. Funziona così nel regime di Putin, funzionava così anche quando Mosca iniziava ad aprirsi un po’. In Italia abbiamo appena assistito alla serie tv proprio sui fatti della centrale nucleare, ma possiamo tristemente ammettere che quel clima c’è ancora in Russia. Del resto, la sapete la storiella della cameriera a cui un cliente dell’albergo chiede come mai non ci sia più il ritratto di Stalin (che è morto) e si sente rispondere: “Lo stiamo spolverando?”. Ecco, siamo lì. La popolazione è abituata a non dire, a negare, ad attendere. Anche quando di mezzo ci sono vite umane. Tante. 

Oggi noi sappiamo ancora pochissimo dell’esplosione dello scorso 8 agosto. E speriamo che la frutta e la verdura che mangiamo siano buone e non contaminate. Ma, nel caso, probabilmente lo scopriremo soltanto dopo. A meno che gli 007 americani o di altri Paesi occidentali non riescano prima a penetrare la cortina fumogena che è scesa puntuale su eventi e situazioni. 

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