Bangladesh: passo avanti per i diritti delle donne

Un passo avanti nella battaglia mondiale a favore delle donne arriva dal Bangladesh. Con una sentenza della Corte suprema, infatti, si è stabilito che le donne che si sposeranno nel Paese non dovranno più dichiarare la loro verginità sui moduli di registrazione per il matrimonio. Sarà sufficiente scrivere ‘non sposata’, come fa sapere la Bbc. Grande soddisfazione è stata espressa dai principali gruppi in difesa dei diritti femminili dopo questa storica sentenza dell’Alta Corte.

Secondo le stesse associazioni, era umiliante e contro la privacy dover dichiarare la propria verginità su un documento pubblico. La Corte scrive che la parola ‘kumari’ (vergine in lingua bengali) dovrà essere rimossa dai moduli. Il termine è usato per descrivere le donne vergini non sposate.

Vincitori della battaglia legale alcuni legali di gruppi per i diritti femminili. Una battaglia che andava avanti dal 2014, che ha avuto un lieto fine dopo cinque anni di tribunali e carte bollate. Da oggi in poi, dunque, si dovrà usare la parola’ obibahita’, che vuol dire inequivocabilmente ‘non sposata’. In un’altra sentenza, la Corte suprema ha deciso che anche gli uomini che stanno per contrarre matrimonio debbano specificare il proprio stato civile. Dovranno dunque indicare se non sono sposati, se sono vedovi o divorziati. Una vittoria su tutta la linea per le associazioni per i diritti delle donne. Ma una vittoria della civiltà, viene da dire. Pari diritti e pari dicitura per uomini e donne, il minimo sindacale. Nessun riferimento all’aspetto sessuale della vicenda.

Le modifiche diventeranno operative da ottobre, dopo che il verdetto dell’Alta Corte verrà pubblicato. In Bangladesh, il termine ‘vergine’ veniva utilizzato dal 1961 nei certificati di matrimonio. All’epoca, il Paese faceva ancora parte del Pakistan. Oggi il Bangladesh è il terzo Paese a maggioranza musulmana al mondo. Le leggi sul matrimonio venivano da tempo criticate dalle organizzazioni per i diritti umani, che le consideravano discriminatorie e restrittive. Aynun Nahat Siddiqua, uno degli avvocati che ha vinto la causa, ha dichiarato: “E’ una sentenza fondamentale”. Spera, il legale, che il verdetto possa essere un passo avanti per i diritti delle donne. In Bangladesh, molte ragazze vengono costrette a matrimoni combinati quando sono ancora bambine.

Sì, perché alla fine i diritti sanciti su carta devono diventare anche diritti reali. Altrimenti, sarebbe semplicemente come aver sostituito una parola con un’altra.

di Alessandro Pignatelli

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