L’Amazzonia brucia, la politica continua a fare molto poco per l’ambiente

di Martina Cera –

Per capire che cosa sta succedendo in Amazzonia è necessario contestualizzare i problemi di tipo politico ed economico che hanno fatto sì che quest’anno l’ESA (European Space Agency) rilevasse circa 2900 incendi in più rispetto a quelli fotografati dall’iniziativa Copernicus dell’agenzia lo scorso anno. 

L’Amazzonia, una regione pluviale e tropicale che si estende per oltre 7 milioni di chilometri quadrati, per sua stessa conformazione difficilmente è soggetta ad incendi spontanei. Come provato dalle numerose organizzazioni, governative e non, che monitorano la foresta gli incendi scoppiati quest’anno, circa 4000, hanno origine dolosa. Ad appiccarli sono i contadini che vivono ai margini della foresta per ottenere una maggiore estensione delle aree coltivabili o per allontanare le popolazioni indigene vi abitano. Jair Bolsonaro, eletto presidente del Brasile nel 2018, ha basato parte della sua campagna elettorale proprio sulla questione indigena, dichiarando in più occasioni di essere favorevole alla deforestazione con lo scopo di aumentare le terre coltivabili nel Paese. Non è la prima volta che accade: le giunte militari rimpiante da Bolsonaro, alla guida del Brasile dal 1967, sono state le principali responsabili di un’enorme campagna di sfruttamento dell’Amazzonia che provocò, in trent’anni, un vero e proprio genocidio. Dal 1988, con il riconoscimento da parte della nuova costituzione del diritto per i popoli indigeni del possesso permanente ed esclusivo delle loro terre, la situazione è migliorata. La restituzione delle terre alle comunità che le abitavano in passato è stata però estremamente lenta, proprio a causa dell’opposizione di parte della società brasiliana.

Il voto della lobby dei latifondisti è stato cruciale per Bolsonaro, che  dopo il suo insediamento ha preso una serie di provvedimenti per limitare i diritti degli indigeni, e in particolare il loro accesso alla terra. Questo ha fatto sì che i contadini si sentissero legittimati ad attaccare gli indigeni e ad appiccare gli incendi, probabilmente nella speranza di incorrere in sanzioni meno gravi che in passato. 

Negli scorsi giorni, dopo un iniziale silenzio nei media tradizionali, sui social network si è verificata una vera e propria ondata emotiva in favore dell’Amazzonia: donazioni alle ONG che si occupano di salvaguardia dell’ambiente, consigli per ridurre il proprio consumo di plastica e carne, appelli ai leader mondiali che proprio questo weekend si sono incontrati a Biarritz per il meeting del G7 – riunione a cui ha preso parte anche Donald Trump, che da sempre nega le conseguenze dei cambiamenti climatici. Spesso, tuttavia, i dati riportati erano poco dimostrabili o, ancora, frutto del comprensibile sentimento di angoscia che si prova nel vedere le immagini della foresta pluviale in fiamme in fiamme. 

La grande complessità della vicenda fa sì che alcuni dati non siano facilmente comprensibili o, comunque, che sia piuttosto difficile stabilire in un lasso di tempo così breve quali saranno le conseguenze sul lungo termine di tali fenomeni. Il problema è, oltre che ambientale, politico ed economico: cambiare le proprie abitudini è sicuramente benefico per il pianeta, ma conoscere le opinioni dei propri decisori politici sul discorso climatico lo è molto di più. In quest’ultimo caso, come dimostra il fatto che al G7 nessuno abbia voluto compiere un gesto significativo per scongiurare l’eventualità che Trump abbandonasse il meeting, le azioni locali influiscono su quanto accade globalmente più di quanto pensiamo. 

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