Nomofobia e intersoggettività: quando sei obbligato a socializzare attorno al tavolo sociale del Roadhouse

di Elisabetta Testa –

Nomofobia. Sapete che cosa significa? Si tratta di un termine nato da poco, utilizzato per indicare la paura di rimanere sconnessi. I maniaci del cellulare soffrono di nomofobia, considerata, fondamentalmente, una malattia.

Gli ultimi dati sono allarmanti. Il 57% delle persone controlla il telefono entro 22 minuti dal risveglio, l’83% legge le email di lavoro durante la notte e sempre di notte il 37% controlla le notifiche. Il 92% usa il cellulare a lavoro e il 59% lo controlla più di 200 volte al giorno. L’80% si addormenta con il telefono in mano e il 21% lo usa per guardare film.

Tutto questo si chiama nomofobia. Siamo chiari: la tecnologia è una salvezza, che ci permette di fare tantissime cose e ha dato opportunità di lavoro che già solo qualche anno fa non esistevano.

Ne stiamo, però, diventando schiavi. La notte è fatta per dormire e al mattino ci svegliamo già con il pensiero di controllare quante notifiche abbiamo: tutto questo non è normale, ma è diventato normale pensarla come una cosa normale.

In un mondo sempre più connesso e ossessionato dall’esserlo, possiamo riportare alla luce il tema dell’intersoggettività, da diverso tempo offuscato dalla luminosità dei nostri schermi. Viene meno il contatto umano: al ristorante le coppie non si parlano più. Maschi e femmine sono intenti a rispondere ai messaggi su whatsapp (e chi li usa più i messaggi normali?), a guardare le storie di Facebook e Instagram, a farsi selfie…

Riscopriamo il valore dell’intersoggettività filosofica: un tema molto caro ad Edmund Husserl e, più estesamente, alla fenomenologia. Evitiamo le derive solipsistiche: siamo, in realtà, sempre più soli. Viene meno quell’insieme di monadi di cui parlava Leibniz: siamo, in realtà, atomi diversi sempre più distanti fra loro.

Forse per evitare tutto questo, nei locali del Roadhouse è stato creato quello che viene definito il “tavolo sociale”. Si tratta di un tavolo molto grande, attorno al quale siedono persone che non si conoscono fra loro e che, molto spesso, sono quasi obbligate a parlarsi.

Molti penseranno sia una cosa davvero imbarazzante: e infatti ci sono diverse risposte a questa situazione. C’è l’introverso che si chiude sul telefono, c’è chi dialoga solo con il proprio partner, con cui voleva solo passare una serata romantica e invece si trova davanti gente che non ha mai visto nella sua vita. C’è chi tenta un approccio silenzioso, fatto di sorrisi e cenni quasi impercettibili. Pochi, invece, si salutano e cercano di iniziare una conversazione con frasi di senso compiuto.

Perché abbiamo perso la nostra capacità di socializzare e anche quando siamo obbligati a farlo il risultato è pessimo.

I molti altri sono esperiti come altri da ciascuno di noi. Siamo una comunità aperta di monadi, da noi designata anche come intersoggettività trascendentale…

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