Sandro Mazzola: quando i calciatori erano anche gentiluomini

di Deborah Villarboito –

Le leggende sono quelle destinate a vivere per sempre, in una maniera o nell’altra. Ne sa qualcosa la famiglia Mazzola. L’indimenticato Valentino prima, il grande Sandro ora e chissà, magari anche una nuova leva in crescita che potrebbe portare avanti il nome di famiglia sul verde di un campo. Un campione lo si riconosce non solo dalle doti e dai premi conquistati. L’indole e il carattere fanno in modo di completarlo regalandogli un carisma per cui il solo nome riempie il cuore di ammirazione. 

Sandro Mazzola è uno di questi. Ama raccontare dell’epoca dei calciatori con la “C” maiuscola che inseguivano una passione prima che un pallone. Il rispetto per la maglia, la stima per i grandi del passato e la volontà di fare squadra si denotano tuttora nelle parole di un uomo che ha vissuto una vita degna di un film. 

Quale è il consiglio che dà agli attuali giocatori? 

Il mio consiglio è capire la maglia che indossano. Ad esempio quella dell’Inter è stata una maglia che ha sofferto, che ha vinto, e che bisogna amare. Entrando in campo amando quella maglia, quella della squadra per cui si gioca, è la cosa più importante. Una volta, quando si indossava la maglia di qualcuno di grande che ci aveva preceduto si pensava che cosa avesse fatto e la volontà era quello di riuscire ad essere bravi quanto lui.

Pensa che anche con questo calciomercato aperto e dagli scambi liberi possa essere lo stesso?

Sicuramente ora l’unità di squadra è lesa. Una volta si parlava dell’amalgama della squadra. Se si continua a cambiare la formazione, come si fa a trovarla? O ci sono i fenomeni, che si amalgamano con tutti, però trovare tanti fenomeni non è facile. 

Quanto è cambiato il mondo del calcio? 

È cambiato moltissimo. Oggi i giocatori hanno una condizione atletica che è nettamente superiore, che viene studiata di più. Ai miei tempi c’era più inventiva, era qualcosa di fantastico. Quelli che arrivavano nelle grandi squadre erano tutti ragazzini che andavano all’oratorio con il pallone di plastica. Poi si è iniziato a emulare le squadre europee e le loro preparazioni.

Quali erano i rapporti tra dirigenze e giocatori?

Quando compii 18 anni mi fecero il mio primo contratto all’Inter e non c’erano i procuratori. Mi hanno fatto aspettare un’ora, apposta, nella sede dell’Inter in piazza Duomo. Alle pareti della sala d’attesa c’erano tutti le foto dei grandi che avevano giocato e ciò mi faceva venire il batticuore. Mi proposero 80 mila lire al mese, che per me era tantissimo. Ti davano la valigetta di metallo, con le strisce nere e azzurre. Quando andavamo in giro la gente non faceva caso a noi, era troppo impegnata a lavorare. Ci sentivamo importanti, anche se non era vero. 

Quanto è importante la fascia del capitano?

La fascia del capitano è una cosa che ti dà una sensazione forte. Le prime volte ti manca un po’ il respiro. L’arbitro chiama te per parlare alla squadra e sei un riferimento. Ti sentivi il braccio sinistro pesante: un “fascione” che voleva dire che credevano in te e che ti consideravano. 

La Nazionale, come l’ha vissuta?

La Nazionale era una conquista che facevi. Quando ti convocavano a Coverciano era un problema, ti sentivi importante. Agli inizi si andava in treno e quando arrivavano al ritiro avevamo sempre paura che non fosse vera la convocazione. Nei corridoi c’erano tutte le foto dei vecchi giocatori della nazionale, allora saliva l’emozione e la prima notte non si dormiva quasi mai.

Rispondi