Motori tragici: addio ad Anthoine Hubert

di Deborah Villarboito –

Morire di sport è inammissibile. Esso incarna le nostre passioni e la vita stessa: sacrifici, gioie, dolori. Un volontà di vivere che ci anima nel fisico e nella volontà. Anche se alcuni facciamo fatica a vederli come sport, anche quelli che si basano sui motori lo sono. I piloti si allenano fisicamente ogni giorno per sostenere il peso della gravità tra accelerazioni, frenate e soglia dell’attenzione che deve essere sempre al massimo.

A volte questo non basta. Ecco allora le tragedie che rendono ancora più adrenalinica la competizione, ormai resa automatica e noiosa dai pochi virtuosismi dei piloti e dalla finezza della tecnologia sempre più ingombrante. Quasi si spera nell’incidente, “almeno capita qualcosa”.

Ma quando quel qualcosa va oltre il buon senso, allora è un’altra storia. Morire a 22 anni praticando il proprio sport, in questo caso professionistico, è come morire sul lavoro. Però, evidentemente lo show deve continuare: si riparte, dopo aver pianto come buona creanza, ma senza prolungare troppo il lutto, il mondo economico delle corse non può attendere. 

Se da un lato il ricordo di Anthoine Hubert è ancora nella mente di molti appassionati, dall’altro gli esperti indagano sulle cause dell’incidente mortale di sabato 31 agosto a Spa. Le autorità belghe hanno infatti aperto un’inchiesta per omicidio accidentale sulla morte del 22enne pilota francese durante gara 1 di F2. Una prassi che è normale fare nel Paese quando di mezzo c’è un incidente stradale mortale. 

C’è un’indagine in corso per la quale sono stati convocati diversi esperti di sicurezza stradale e automobilistica, ma tutto ciò non deve per forza portare a delle accuse penali. Un’inchiesta, inoltre, è stata avviata domenica dalla Fia come ha recentemente confermato il direttore di gara della Federazione, Michele Masi.

L’incidente del Raidillon che sabato ha tolto la vita a Hubert, nel secondo dei 25 giri del GP di F2, ha coinvolto altre due vetture oltre a quella del pilota francese. Quella del connazionale Giuliano Alesi, figlio dell’ex pilota di F1 Jean Alesi, fortunatamente illeso, e quella dello statunitense Juan Manuel Correa, ricoverato in condizioni stabili a Liegi con fratture multiple alle gambe e forse anche alla schiena. 

Alesi, avanti a tutti al momento dell’incidente, è stato il primo a perdere il controllo della sua monoposto che ha sbattuto dopo l’uscita dell’Eau Rouge, rientrando in pista leggermente danneggiata. Per questo, per evitarlo, Hubert sarebbe così stato obbligato a sterzare a destra rimbalzando in mezzo alla via di fuga, dopo essere finito contro le protezioni. Proprio nel momento dell’arrivo di Correa a oltre 270 chilometri orari, che non ha potuto evitare l’impatto e ha colpito il fianco dell’abitacolo del pilota francese. Il tutto dopo che lo statunitense ha bucato una gomma per via dei detriti lasciati in pista, forse da Alesi, ritrovandosi fuori traiettoria con il frontale sollevato.

Un incidente spaventoso che ha portato alla morte di Hubert alle 18:35, all’ospedale universitario di Liegi come confermato da un comunicato della Fia. Si cerca di capire se fossero parte dello scontro anche il giapponese Marino Sato e lo svizzero Ralph Boschung, rimasti anche loro coinvolti. Boschung, dietro ad Alesi al momento dell’uscita di pista, avrebbe frenato violentemente per evitarlo, obbligando Hubert a sterzare sulla destra per evitare a sua volta lo svizzero. Tra tanti dubbi, si continua ad indagare sull’incidente.

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