Incendi in Brasile: la parola a Greenpeace

Incendi in Brasile: la parola a Greenpeace

5 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Valeria Arciuolo –

Erano i primi giorni del 2013 – quindi sono passati invano più di sei anni – quando accadde un episodio che purtroppo non si è più ripetuto. Si giocava nella pausa natalizia del campionato un’amichevole tra il Milan e la Pro Patria, gloriosa squadra di Busto Arsizio. Dagli spalti non certo gremiti in quel pomeriggio bustocco soleggiato ma gelido partirono i soliti cori all’indirizzo di un calciatore di colore, Boateng. Il quale all’ ennesima provocazione, prese il pallone, lo scagliò contro le gradinate e si avviò verso gli spogliatoi, seguito da tutti i suoi compagni. Amichevole finita con largo anticipo, nonostante l’assurdo tentativo dell’arbitro di far tornare i calciatori sui propri passi, e inizio delle polemiche.

Promesse di una linea più dura da parte degli organi federali, proposte di sospensione delle partite in caso di cori di quel tipo. In realtà nulla di fatto. Tre mesi dopo a Firenze Balotelli veniva bersagliato da cori razzisti della curva senza che l’arbitro intervenisse. Era un signore che ci vedeva e sentiva poco, ma quando il calciatore gli rivolse una “frase irriguardosa” sentì benissimo e lo fece squalificare. Come si dice, cornuto e mazziato. Insomma, si era capito subito che le varie promesse erano chiacchiere, che la linea del governo del calcio era quella del rimpallo delle responsabilità (a chi tocca sospendere la partita? all’arbitro o ai garanti dell’ordine pubblico?), che il celebre manzoniano “troncare, sopire” si trovava benissimo nel calcio italiano.

E così si andò avanti anche quando cambiarono i vertici del governo calcistico, quando i vecchi dirigenti furono spazzati via dal fallimento della nazionale e ne arrivarono di nuovi, prodighi di nuove promesse. Mai realizzate, visto quello che accadde a San Siro negli ultimi giorni dell’anno scorso, quando il povero Koulibaly dovette sorbirsi per tutta la partita cori e insulti di chiaro stampo prima di essere espulso per un fallo da ultimo uomo. E lì ricominciò la manfrina dell’a chi tocca intervenire, il solito andare, come si diceva una volta, da Erode a Pilato, per non decidere nulla e lavarsene le mani. Persino un uomo saggio, pacato e ricco di esperienze calcistiche internazionali come Carlo Ancelotti perse la pazienza e disse apertamente che la volta successiva, se all’arbitro fosse mancato il coraggio di intervenire, ci avrebbe pensato lui, andandosene con tutta la sua squadra.

Come aveva fatto Boateng cinque anni prima, un lustro, in cui non si è fatto nulla per impedire questa vergogna. Nulla, se non le solite chiacchiere ricominciate tali e quali, lunedì scorso dopo i cori rivolti a Lukaku allo stadio di Cagliari, tra l’altro recidivo dopo il trattamento riservato nello scorso campionato a Kean. Per ora, l’intervento durissimo, severissimo, efficacissimo della Federazione è l’annuncio di un supplemento di inchiesta sul caso, una decisione che certamente farà tremare gli ultras ed eliminerà radicalmente ogni presenza di razzismo negli stadi.