La mia musica si ispira ai grandi cantautori del passato

La mia musica si ispira ai grandi cantautori del passato

5 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Luca Forlani –

Eman, all’anagrafe si chiama Emanuele Aceto, è un cantautore calabrese che si sta facendo notare da qualche anno per la profondità e la sensibilità della sua scrittura. Il suo primo album Amen è uscito nel 2016 per Sony Music Italy e da questo vengono estratti i singoli: Giorno e notte, Amen e Chiedo scusa. Il tour estivo che segue l’uscita del disco vanta diversi sold out e poco dopo il cantautore calabrese viene scelto da Fabrizio Moro per aprire il suo concerto. Il 19 aprile scorso è uscito Eman (Jackie & Juliet / Artist First), il suo ultimo album. La sua passione per la musica l’ha portato a lasciare la terra del sud che gli ha dato i natali per trasferirsi a Milano. L’8 settembre si esibirà in concerto al Palco della Biodiversità di Catanzaro. E questo ritorno da artista affermato nella città in cui è nato e cresciuto è già un grande successo…

Torna finalmente nelle sua terra… 

La Calabria è una terra molto complicata. Mi dispiace che i media parlino della Calabria più per i tristi episodi di cronaca legati alla criminalità che per la sua straordinaria bellezza. Per un artista è più difficile emergere ma questo dà una spinta in più. Per inseguire la musica ho dovuto lasciare Catanzaro, la mia città, per trasferirmi a Milano. Appena posso cerco di tornare. 

Quando ha scoperto questa passione per la musica?

Da che ho memoria ho sempre amato la musica. Da bambino avevo problemi comunicativi, ero molto balbuziente, ho trovato nella musica il mio modo di esprimermi. Ho iniziato a suonare prendendo di nascosto la chitarra di mio fratello maggiore. Un giorno se ne accorse, mi sentì suonare e me la regalò. Ho imparato da autodidatta. 

Attraverso le canzoni si possa parlare di qualsiasi argomento

Certo. Io ho sempre parlato anche di difficili. Chi nasce in luoghi più complicati ha l’obbligo di dire qualcosa in più. Sono i giovani che devono provare a cambiare il proprio futuro.

In Tutte le volte tratta il tema dell’eutanasia…

Ogni epoca ha bisogno di anticorpi. Il ruolo dell’artista, secondo me, deve essere quello di raccontare anche realtà scomode. Io credo fermamente alla libertà individuale. Tutte le volte è stata ispirata dalla storia d’amore tra Dj Fabo e Valeria Imbrogno. Ho notato che in quei giorni tutti parlavano della morte di Fabo ma non di quello che era stata la sua vita. Chi dice di essere per la vita spesso, in realtà, se ne dimentica.

È sempre stato libero di dire quello che pensa?

Stiamo vivendo un periodo oscurantista. La storia del cantautorato, invece, dimostra che la musica ha un ruolo sociale importante. La musica è intrattenimento però io credo sia anche altro. Oggi se non rientri in determinate categorie ti definiscono poco radiofonico. Se anche in passato avessero  ragionato così non avremmo avuto De Andrè, De Gregori o Guccini. C’è una volontà di rendere le canzoni leggere a tutti i costi.

In effetti, accendendo la radio, spesso si ha la sensazione che le canzoni siano prefabbricate…

Il problema non è degli artisti ma di chi gestisce la musica. Ci si basa su studi di marketing. Tuttavia, la musica non è solo marketing. Io non ho mai voluto partecipare ai talent show. Li considero una strada troppo facile, non tanto per gli artisti ma per chi ha il potere di lanciare nuovi cantanti. I talent scout che andavano in giro a cercare gli artisti sono spariti. 

Parteciperebbe, invece, a Sanremo?

 Chissà! Provai ad andare al Festival nel 2014 con Amen e mi rifiutarono. Se avrò qualcosa di interessante da dire prenderò in considerazione anche quel palco