Quella guerra civile verbale che ricorda il post armistizio…

Quella guerra civile verbale che ricorda il post armistizio…

12 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Al posto delle cannonate e delle fucilate ci sono gli insulti, le bombe sono sostituite dalle minacce. Il clima che si respira in Italia, da qualche tempo a questa parte, non si discosta poi molto da ciò che successe dopo che, l’8 settembre 1943, il maresciallo Pietro Badoglio proclamò l’armistizio dell’Italia con le forze anglo-americane. Quello che pareva essere l’annuncio della fine della Seconda guerra mondiale sarebbe in realtà stato l’inizio della guerra civile italiana: i partigiani e la Resistenza da una parte, i fascisti della Repubblica Sociale di Salò dall’altra. E i nazisti tedeschi a completare il quadro di rastrellamenti, fucilazioni, distruzione. 

Ecco: come dicevo poco fa, anche oggi siamo gli uni contro gli altri armati. Fortunatamente, per ora le ‘armi’ sono la dialettica, le manifestazioni di piazza non violente, gli attacchi sui social e non tra chi la pensa in un modo e chi in un altro. Non i carri armati e gli aerei. Ma è come se si dovesse stare eternamente in trincea: per difendersi quando si ha un’idea politica diversa. Ma è sufficiente pensarla in un altro modo anche sul clima perché si scateni una guerra di parole, di insulti, il classico “tu non capisci niente”. Poi, alla diatriba tra due – siccome ormai tutto è pubblico – si uniscono altri. Così ecco il muro contro muro, il gruppo contro uno o più persone. Bene che vada, nell’epoca di Facebook, si finisce per essere bloccati. Male che vada, ecco le minacce di querele per diffamazione. 

Certo, l’esempio non è dei più positivi. C’è il politico di turno che usa un linguaggio volgare, che chiama l’avversario nei modi peggiori. Succede pure nelle Aule del Parlamento, l’istituzione che regge il nostro Paese. Non dovremmo quindi stupirci se poi al bar si scimmiotta proprio questo modo di fare. Talvolta, poi, purtroppo si sfocia anche nella violenza fisica, nel razzismo spinto all’estremo, nella xenofobia, nella paura dello straniero. Questa è l’Italia di oggi. Cambiano i governi, ma il sottobosco resta il medesimo. Prendete l’esempio più vicino nel tempo: il nuovo esecutivo va in Parlamento per la fiducia e fuori c’è la manifestazione organizzata dalla Lega e da Fratelli d’Italia. Mondi contrapposti sempre e comunque. Se la sinistra dice ‘a’, la destra è obbligata a dire ‘b’. 

L’armistizio, il dibattito, la ‘morte della patria’

Quell’8 settembre del 1943 è pure stato causa di dibattito negli anni successivi. Proprio come oggi si parla (anche a sproposito, a volte) di ciò che in Italia verrebbe impedito (vedi le elezioni dopo la caduta del governo Conte I). “Morte della patria’ scrisse per esempio Salvatore Satta, nel 1948, riferendosi all’armistizio. Riferendosi all’implosione dell’intero apparato statale che si era costituito dopo il Risorgimento. La stessa espressione, molti anni dopo, sarà utilizzata da Ernesto Galli della Loggia e ripresa da Renzo De Felice nel libro-intervista del 1995 (‘Il Rosso e il Nero’). “Il Risorgimento aveva creato un sentimento nazionale italiano che, crollato l’8 settembre, non è più rinato”. Nel titolo, ‘Il Rosso e il Nero’, possiamo ritrovare espressioni che oggi vengono utilizzate e abusate: se uno la pensa in un modo è fascista, se uno la pensa nell’altro è un pidiota, un sinistro. 

Si parla di due schieramenti, in realtà all’interno ci sono poi diversi sentimenti. Ciò avrebbe impedito, sempre secondo Galli della Loggia, che la Resistenza potesse importare un nuovo sentimento nazionale forte. Tanto più che alcuni di questi ‘sentimenti’ erano internazionalisti nel 1943, a volte contrari agli interessi nazionali (l’esempio è il Pci che sosteneva le rivendicazioni della Jugoslavia sul Venezia Giulia). Non pensiate che il dibattito successivo all’armistizio abbia visto nascere solo libri critici nei confronti di quel drammatico momento. Claudio Pavone e Nicola Tranfaglia si sono infatti opposti alla definizione di ‘morte della patria’. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca capo dello Stato, ha parlato a favore della Resistenza e di ciò che è nato dopo, ossia la Costituzione della Repubblica Italiana. “Hanno fatto rinascere un sentimento nazionale italiano”.

Italiani solo se l’Italia fa gol

Siccome la storia è una serie di eventi che nascono uno in conseguenza dell’altro, oggi non possiamo di certo sventolare la bandiera patriottica. Siamo in una fase in cui ci si riunisce, e neanche sempre, solo quando qualche atleta italiano o la Nazionale di calcio azzurra fa l’impresa. Altrimenti, si arriva a contestare persino l’Inno di Mameli. Ma questo discorso prende le mosse da diversi decenni fa. Come non ricordare la voglia di secessione della Padania? Velleitaria, forse, ma termometro di una situazione che rendeva evidentemente insofferenti gli abitanti di una parte del nostro Bel Paese nei confronti di Roma e dell’apparato statale. In misura minore, oggi diverse regioni chiedono maggiore indipendenza. Indipendentemente dal fatto che possa essere giusto o meno, è difficile parlare di Italia come di un’unica nazione. Ed è dovuto anche alle grandi differenze che si riscontrano tra il Nord e il Sud. Per alcuni, non stiamo parlando di zone appartenenti tutte alla stessa Nazione – Stato, ma di Stati diversi. Troppo sbilanciato il ‘benessere’ da una parte rispetto all’altra. 

La sensazione, a volte, è che si debba arrivare quasi a una nuova implosione per poi ricostruire pazientemente un Paese meno diseguale. Ed è in fondo la tesi su cui battono forte alcuni politici: arrivare a un punto di rottura, di non ritorno. Senza arrivare a dover usare termini come ‘golpe’, ‘colpo di stato’. Ma utilizzando (ancora una volta) le parole come carabine. Forse, pure non capendo a volte come aizzare gli animi possa portare rischi seri. Portare all’estremo una tesi possa poi trasformare un vulcano dormiente in un’eruzione violenta e tragica. Per tornare al paragone iniziale, quell’8 settembre del 1943, l’Italia scese in piazza a festeggiare pensando che la guerra fosse finita finalmente. Non pensando alle conseguenze. Che sarebbero state l’invasione tedesca, cittadini e cittadine costretti sui monti a combattere, deportazioni e ritorsioni continue. Tutt’altro che la fine del conflitto. 

Guerra civile: la alimentano anche le penne

Attenzione però a non spingersi in paragoni fin troppo azzardati, proprio perché le parole pesano e sono armi potenti nelle mani di chi sa maneggiarle. C’è chi ha scritto che le mancate elezioni dopo la caduta del governo gialloverde sono state “un colpo di stato strisciante”. Sergio Mattarella viene paragonato al re del 1943: “Invece di affidare al popolo sovrano la scelta del governo da cui farsi guidare, ha preferito affidarsi a chi non aveva alcun diritto di essere dove sta e, soprattutto, ha scelto di far governare l’Italia da un binomio gradito allo straniero, alla grande finanza internazionale, alle elites mondialiste e agli organismi sovranazionali per i quali il denaro è l’unico dio da invocare, complici i gesuiti del nuovo Imam e traditore della Chiesa cattolica, Papa Bergoglio”. Sì, c’è scritto proprio così su ‘La Gazzetta di Lucca’. Da un’assonanza tra due periodi a questa serie di parole una dopo l’altra, che qualcuno potrebbe prendere per oro colato. Fino ad arrivare a queste ulteriori frasi che fanno a dire il vero rabbrividire: “Mattarella come il re, Conte come Badoglio, i Pentastellati come lo stato maggiore: tutti lontani anni luce e traditori dell’unica entità che detiene la sovranità in uno stato di diritto: il popolo”.

Ammetto che quando ho iniziato a scrivere questo articolo, non mi ero ancora imbattuto in questo sproloquio contro la sinistra italiana. Insomma, non mi ero spinto a tanto. Per me, infatti, la ‘guerra civile’ non è rappresentata dal fatto che il popolo reagirà in modo cruento alla mancata possibilità di andare a votare, ma proprio da attacchi come quello che ho virgolettato. Si va da un estremo all’altro, senza pensarci troppo. Ci sono internet e i social che permettono anche al primo che si sveglia una mattina credendosi Benito Mussolini, di dire la sua. Invece che da piazza Venezia, stando comodamente seduto davanti a un computer. E se fa proseliti, è la fine. Domani rischiamo davvero di trovarcelo in piazza, scelto e assoldato da qualche partito (non facciamo nomi, tanto si sa) per aizzare le folle e portarle a credere che di più non si può, che bisogna intervenire prontamente. Che alla gente è stata tolta la libertà di scegliere. E che quindi deve riprendersela in qualche modo. Non importa se eliminando tutte le altre (libertà) perché tanto è nel giusto. A prescindere. E a volte c’ha pure la Madonna del Rosario e Dio dalla sua parte.