Dipendenza da smartphone? Ecco come combatterla

Dipendenza da smartphone? Ecco come combatterla

12 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Per quanti minuti o secondi riuscite a rinunciare al vostro smartphone? Se la risposta è ‘pochi’, potreste essere malati. Più precisamente di nomofobia, ossia la paura esagerata di restare sconnessi della rete di telefonia mobile. Insomma, in parole povere, siete dipendenti completamente dal vostro telefono. I sintomi sono facilmente individuabili, non serve un medico o uno psicologo. Seguitemi in questo lungo elenco di momenti in cui si abusa del mobile.

Andate in bagno e non ce la fate senza portarvelo insieme. Siete a cena con amici o il partner e ogni tot dovete controllarlo perché altrimenti potrebbe essere cascato il mondo, nel frattempo, e voi potete essere mica gli unici a non saperlo. State guidando e ogni tanto vi cade l’occhio sulla chat, tanto siete sul rettilineo, mettendo a repentaglio la vostra e la vita degli altri. Siete in chiesa o in processione e dovete continuare a guardarlo, a scrivere, a rispondere a mail e telefonate. Senza rispetto alcuno. E dire che oggi ci sono molti metodi per non farsi distrarre, per non distrarre e per non disturbare. C’è il silenzioso, la vibrazione, la modalità aereo. Se proprio non riuscite a spegnere il vostro smartphone per due secondi. 

Non ci sono più dubbi, naturalmente: se avete riscontrato uno di questi sintomi, siete nomofobici. Nomofobia deriva da ‘No-Mobile’ e da ‘Fobia’ ed è un termine coniato per uno studio commissionato a YouGov, ente di ricerca britannico, da Stewart Fox-Mils, responsabile del settore telefonia di Post Office Ltd. In ogni caso, sappiate che – purtroppo – siete in ottima compagnia. Lo studio ha rilevato infatti che il 53% degli utenti di telefono cellulare, nel Regno Unito, tende a mostrare uno stato ansioso quando “perde il cellulare, esaurisce la batteria o il credito residuo, non ha copertura di rete”. Il 58% degli uomini e il 48% delle donne soffre di questa fobia, un altro 9% è stressato se il cellulare è per caso fuori uso. Sono state esaminate 2.163 persone, il 55% parlava di bisogno di tenersi in contatto con amici e familiari come principale fonte d’ansia quando non può usare il cellulare. Un livello di stress pari alla “tremarella del giorno delle nozze” o a quando “si va dal dentista”. Il 10% degli intervistati ha fatto sapere di avere necessità di essere rintracciabile in ogni momento della giornata per motivi di lavoro. 

‘Non l’avevo vista’: la scusa non vale più

E ancora: più del 50% dei nomofobici non spegne mai il proprio cellulare. Al massimo, qualcuno, si concede il lusso di spegnere il wifi di notte. Va detto che ormai, anche per lavoro, possono cercarti davvero in qualunque ora del giorno (e della notte). Arrivano mail agli orari più improbabili. Non è praticamente più possibile utilizzare la scusa del “non l’avevo vista”. H24 connessi al mondo intero. E non ce ne rendiamo neanche conto. Sprechiamo i bei momenti perché dobbiamo fotografarli per poi postarli o inviarli agli amici. Se per troppo tempo non sentiamo il rassicurante suono che fa un messaggino quando arriva, controlliamo subito se c’è campo. Appena andiamo in un locale o a casa di un amico, ancora prima di dirgli ciao, gli chiediamo quale è la password del wifi. 

Ci siamo giocati la testa, insomma. Letteralmente. E rischiamo di giocarci anche il fisico. Diversi scienziati e ricercatori hanno scoperto che ci stiamo ingobbendo sempre di più a forza di stare chini sugli smartphone. L’homo erectus sta tornando a essere come il suo antenato. Con danni alla colonna vertebrale. Ma ce ne infischiamo. L’importante è esserci per tutti, sentire tutti, parlare con tutti, leggere tutto. Avidamente. Non proviamo neanche più il piacere di prendere e sfogliare un bel libro perché preferiamo l’e-book sullo schermo.

Ce lo portiamo nelle stanza in cui siamo anche se non lo usiamo. Come la coperta di Linus, ci dà la sicurezza. In realtà, come detto, ci crea solamente ansia. Se poi arriva un messaggio e per qualche motivo non possiamo dargli un’occhiata, fremiamo finché finalmente possiamo soddisfare la curiosità di capire chi era e cosa voleva. In modo provocatorio, lo stilista Raf Simons ha scritto in corsivo sulle custodie per iPhone X collezione Fall/Winter 2019: “Secondo le ricerche più recenti del National Institute on Drug Abuse for Teens, più di due adolescenti su tre vanno in ansia se non hanno a portata di mano il telefono. In particolare, dai 18 ai 34 anni, la nomofobia raggiunge il suo picco massimo”.

Nomofobia: come uscirne

Su Guidapsicologi.it si legge invece questo: “La nomofobia va di pari passo con l’Internet Addiction Disorder (IAD), ovvero l’uso compulsivo di internet, e basta una rapida osservazione sociale per rendersi conto che la situazione è ormai fuori controllo perché, indipendentemente dal contesto, l’uso dei dispositivi mobili ha preso il sopravvento sul buon senso e sulle norme di civile convivenza”.L’esperto, Michele Facci, spiega come provare a fare a meno del proprio mobile. “Chi soffre di nomofobia, non sa più vivere nel ‘qui e ora’. Sperimenta ansia e frustrazione qualora si trovasse senza telefono, non riuscendo più a entrare il contatto con le esperienze della vita quotidiana, con uno sguardo di una persona o un gelato, un bel tramonto o un abbraccio. L’ansia ci impedisce di vivere il presente, di vivere le relazioni reali e il sapore, i profumi, i piaceri della vita concreta, andando e perderci nella vita virtuale”.

Per guarire, provare a? “A cambiare, anche per un solo giorno, vita. Mangiare una buona pizza senza sentire prima l’impulso di fotografarla. Guardarsi intorno, scoprire il sorriso di un bambino, un cane che scodinzola. Riscoprire il piacere di vivere nel mondo concreto. Dopo i primi minuti di stordimento dovuto al mancato bombardamento di notifiche, si riuscirà ad assaporare meglio ciò che ci circonda. Magari si incontra lo sguardo di un ragazzo o di una ragazza, di quelli che fanno arrossire e che generano ansia, ma sana”. 

Ci sono alcuni comportamenti da seguire per guarire. “Stare fisicamente distanti evita di voler controllare tutte le notifiche che arrivano. Eliminare la tentazione è un primo passo per tenere la giusta distanza”. “Tenerlo in modalità silenziosa. Non è necessario vedere e rispondere subito a tutto. Queste distrazioni continue possono creare gravi problemi a livello di attenzione e di memoria”. “Scegli quando non guardarlo, magari durante le due ore di un film. Scegli zone della casa in cui non portarlo con te: in bagno puoi leggere un libro, a cena si mangia e basta”. “Riduci il tempo in cui lo usi e prendilo in mano per cose piacevoli: leggere un libro, controllare le notizie del giorno, fare shopping online, mandare un messaggio carino alla mamma o a un’amica, telefonare. Dedica a queste attività porzioni limitate di tempo: 15 minuti. Poi lascialo da parte per mezz’ora senza interruzioni, poi per 45′, poi per un’ora. È solo questione di abitudine e di sostituire una pratica nociva con una positiva”.

Resilienza e vacanza

Quest’ultimo punto è particolarmente importante: lo smartphone ha praticamente sostituito il pc, siamo connessi sempre a internet e dunque ci sono vantaggi indubbi. Facciamo sì che restino tali, non che avere il telefono diventi una nomofobia. Possiamo farne a meno quando vogliamo. Bisogna volerlo, appunto. Ci si può abituare un passo per volta. Proprio come si fa quando si deve uscire da una dipendenza. Disintossicandosi. 

Qualcuno, ogni tanto, fa qualche esperimento che potremmo definire intensivo. Come nell’Agordino: vacanza di cinque giorni in rifugio gratis, rigorosamente senza smartphone. Aiutando a ricostruire ciò che l’alluvione di un anno fa aveva distrutto, a cominciare dai percorsi. Bene, hanno risposto in 19 mila, 15 mila dall’Italia. E i posti a disposizione erano solamente dieci. Segno che la voglia di un po’ di pace, a contatto con la natura, c’è. Segno che c’è speranza che il mondo iperconnesso possa tornare a essere connesso e basta. Perché la tecnologia non va demonizzata, ma va sfruttata per quello di buono che può darci. Non dobbiamo insomma permetterle di prendere il sopravvento su di noi. La scopriremo bella, non sarà una fobia. Scenderà il livello di stress, salirà anche l’autostima. Perché è nel buono che abbiamo intorno che riusciamo a ricaricare davvero le pile. E non il telefono con il caricabatterie. Quello si può fare dopo. Se lo smartphone si spegne per qualche ora, no panico. Non succederà nulla di irrimediabile. Nulla che non potrete leggere più tardi.