“E sefosse tua nonna?” L’assurda pubblciità no-eutanasia

“E sefosse tua nonna?” L’assurda pubblciità no-eutanasia

12 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

Un nuovo governo e un caso giudiziario (quello del radicale Marco Cappato, rimasto accanto a dj Fabo quando ha scelto di sottoporsi al suicidio assistito) che sembra destinato a smuovere una situazione immobile da anni. In Italia pare avvicinarsi un momento di svolta sul tema dell’eutanasia e del suicidio assistito. Ed è proprio su questo sfondo che si è inserito uno spot destinato a fare discutere: l’ha diffuso la onlus “Pro vita & famiglia”, accompagnato dall’hashtag “noeutanasia”. Solo su Facebook, lo spot ha collezionato quasi 2mila condivisioni e oltre 2.200 commenti. 

Il video si apre con una voce fuori campo: «La mente fa giri immensi e poi ti frega». Poi viene raccontata la prima storia: quella di un ragazzino vittima di bullismo a scuola. È quindi il turno di una donna, ripresa sullo sfondo della sua cucina. La voce ci informa che è depressa dopo essere stata tradita. Un uomo fissa scorato fuori dalla finestra: ha perso il lavoro. Una donna anziana ha scoperto recentemente di avere un tumore. Una ragazza di soli 24 anni lotta invece contro l’anoressia. «Potranno farsi uccidere?» ci chiede il video. E ancora. E se quelle persone fossero nostro figlio, nostra madre, nostra nonna, nostra sorella? «Li facciamo morire tutti?» chiedono. E infine, un invito: «Eliminiamo la sofferenza e non il sofferente».

Anche chi non ha seguito da vicino il dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito si renderà probabilmente conto che gli esempi scelti sono quantomeno “borderline”, se non decisamente fuori tema. Ripensiamo ai casi più noti collegati a questi temi. A dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente. A Eluana Englaro, vissuta per 17 anni in stato vegetativo. A Piergiorgio Welby, costretto a letto con l’ausilio di un respiratore. Fermo restando che non ha senso paragonare i diversi dolori come se fosse una gara, è innegabile che si tratti di situazioni molto diverse da quelle descritte nel video. Inoltre, in nessuno dei tre casi citati c’era speranza di migliorare le loro situazioni. “Fabo”, Eluana e Welby sono stati sottoposti a diverse terapie, purtroppo risultate vane. Le loro vite, insomma, sono state segnate da eventi con conseguenze gravissime e irreversibili. Nulla di paragonabile alla perdita del lavoro, per quanto sia una situazione drammatica. Con questo non si vuole dire che il disagio psichico o esistenziale vada considerato meno importante di una patologia fisica. In alcuni casi, delle gravissime depressioni sono sfociate effettivamente nella scelta del suicidio assistito. Ma non sempre una situazione difficile porta alla depressione, né la depressione è sempre e comunque incurabile. È sbagliato e pretestuoso, quindi, partire dal presupposto che problemi come il bullismo o la perdita del lavoro abbiano come esito inevitabile depressione e suicidio. E di questo dobbiamo essere molto, molto grati. Nel video, l’unico caso di patologia fisica citato è quello di una donna che scopre di avere un tumore. Ma anche in questo caso, l’esempio non si mostra particolarmente calzante. Si parla di una persona che ha scoperto recentemente la malattia. Che potrebbe avere a disposizione delle cure per sconfiggerla. Non di una persona che sta affrontando una fase terminale, senza speranza di guarigione, afflitta da dolore e sofferenza.

Proseguiamo con il video. «Potranno farsi uccidere?» ci chiedono le scritte in sovraimpressione. Questo sembra suggerire che, con la legalizzazione dell’eutanasia, chiunque abbia mezzo cruccio possa decidere di ricorrere al suicidio assistito. Una visione quasi distopica del reale che ricorda le “cabine suicidio” di Futurama. Nel cartone animato, le persone possono entrare in una cabina e farsi togliere la vita per 25 centesimi. Dovrebbe essere quasi superfluo dire che le cliniche che si occupano di fine vita non sono delle “cabine suicidio”. Sono scelte riservate alle persone in con malattie croniche o in stato terminale che rechino sofferenze insopportabili. Queste caratteristiche, come si diceva, sono talvolta riconosciute anche nella depressione. Ma essere depressi, per di più in modo grave, non significa essere un po’ tristi o scorati per i problemi della vita. È una condizione radicalmente diversa che viene comunque appurata da commissioni specializzate. Dunque, se dobbiamo dare una risposta coerente alla domanda «potranno farsi uccidere?», la risposta sarebbe no. Aggiungiamo poi un’osservazione, triste ma logica: la possibilità di suicidarsi esiste anche al di là delle leggi sull’eutanasia. Una persona che subisce bullismo o perde il lavoro, purtroppo, in alcuni casi, potrebbe decidere di togliersi la vita da sé. Allora sarebbe importante implementare tutti quei servizi che possono aiutarci a prevenire certe tragedie, come supporti psicologici aperti a tutti. Queste sono le vere strade per prevenire il suicidio.

Un altro punto. «E se fossi tua nonna?», «E se fossi tuo figlio?» ci chiede il video. Fare leva sulla vicinanza emotiva non ci aiuta a riflettere oggettivamente sulla questione. Nei commenti su Facebook, comunque, molti hanno dato delle risposte: «Se fosse un membro della mia famiglia, rispetterei la sua decisione per quanto orribile possa sembrare» replica un’utente. C’è chi racconta di avere assistito all’agonia senza speranze di un nonno, di un genitore o di un coniuge. E di come avrebbe voluto porvi fine. 

Il video ci chiede inoltre: «Li facciamo morire tutti?». Ma nessuno Stato civile prevedrebbe mai una soppressione forzata di chi soffre. Si chiamerebbe omicidio o strage. Meno che mai avrebbe senso nei casi citati dal video. Una normativa in materia di eutanasia e suicidio assistito offrirebbe invece la possibilità (e non l’obbligo) di compiere questa scelta in determinati casi. Una persona che soffre senza speranza potrà, se lo desidera, decidere di morire. La legge potrebbe regolamentare anche quei casi in cui la persona non è più in grado di esprimere la sua scelta, ma qualcuno potrebbe farlo per lui o lei. Insomma, descrivere l’avvento di una legge sull’eutanasia come il passo propedeutico a una strage non è corretto.

La conclusione dello spot recita: «Eliminiamo la sofferenza, non il sofferente». Giustissimo. Ma il punto è che in taluni casi, purtroppo, la sofferenza è ineliminabile. Come si diceva, dj Fabo venne sottoposto a diverse terapie per tentare di restituirgli una qualità di vita che gli fosse accettabile. Inutilmente, purtroppo. Lo stesso è accaduto per alcune persone affette da depressioni gravissime. Insomma, rendere legale l’eutanasia e il suicidio assistito non vorrebbe certo dire “risparmiare” sulle cure eliminando le persone che soffrono. Solo offrire una scelta in più a chi non ha più speranza. 

Qualcuno, nei commenti al video, ha invitato piuttosto brutalmente i membri della onlus a “starsene zitti”. Ben venga invece l’interesse verso la cosa pubblica. Sia lodato il confronto, che probabilmente sui temi bioetici non mancherà mai. Ma occorre farlo sulle solide basi della logica e della realtà oggettiva. Solo conoscendo bene il tema e basandosi sui fatti si potrà esprimere un parere pur sempre personale, influenzato dalle proprie convinzioni e dalla propria sensibilità, ma comunque ragionato e consapevole.

Osserviamo il meccanismo con un esempio pratico. Ipotizziamo di dovere scegliere a favore o contro la donazione degli organi. Se ci dicono che l’espianto avviene solo dopo l’accertata morte cerebrale e senza scopo di lucro (dinamica vera), potremo decidere a favore o contro secondo le nostre convinzioni. Se ci raccontano che gli organi vengono prelevati a un paziente cosciente e urlante per rivenderli al mercato nero (bufala, ovviamente), saremo portati quasi inevitabilmente a una scelta negativa. 

Quando scegliamo le nostre battaglie, dunque, facciamolo sulla base della conoscenza. Solo in questo modo potremo prendere le scelte giuste per noi, davvero nostre. E se un domani la vita ci metterà di fronte a scelte difficili, potremo dare una risposta oculata.