Niente vaccini? Niente asilo… E in Italia si riaccende la polemica

Niente vaccini? Niente asilo… E in Italia si riaccende la polemica

12 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

A Ivrea l’anno scolastico è iniziato con uno sciopero della fame. È accaduto in una scuola dell’infanzia della città: non è stato permesso l’ingresso ad alcuni bambini considerati non in regola con le vaccinazioni. Fra di loro, anche due gemelle di tre anni: è stata la loro mamma a decidere di dare il via allo sciopero della fame. La donna è apparsa in un video, pubblicato dalla consigliera regionale piemontese a 5 stelle Francesca Frediani.

Secondo i giornali locali, la mamma non sarebbe una “no vax” e le figlie avrebbero già ricevuto le dosi prescritte di quasi tutti i vaccini obbligatori, con l’eccezione di pochi. «Quest’anno ho condotto alla scuola le mie due bambine gemelle, iscritte regolarmente a gennaio – racconta la donna nel video che la vede protagonista – ad accoglierci abbiamo trovato un cordone di polizia in borghese e polizia municipale che avrebbero avuto l’ordine di non fare entrare alcuni bambini». Questo sulla base della legge 119 del 2017, più nota come “legge Lorenzin”. «Legge che conosco bene, come anche altre mamme – precisa la donna – tanto che siamo seguite  da un avvocato e abbiamo quindi un contenzioso in corso. Lo abbiamo in quanto noi abbiamo recuperato tutta la documentazione necessaria, perché stiamo avendo un percorso con l’Asl. L’avvocato che ci sostiene ha comunicato alla scuola tutto ciò che serviva».

E qui risiede il nodo del problema: secondo la mamma, la legge prevede una richiesta di documentazione che invece non sarebbe stata domandata. «Da parte della scuola c’è stata una chiusura totale – dichiara – dopo il documento fornito da Asl, in cui si dichiarava non si sa bene perché alcuni bimbi non in regola, hanno deciso di mandare una lettera del loro avvocato che negava l’accesso a questi bambini per il 9 di settembre, senza seguire l’articolo 3bis che prevede la richiesta di documentazione». La norma a cui fa riferimento è quella per le “Misure di semplificazione degli adempimenti vaccinali per l’iscrizione alle istituzioni del sistema nazionale di istruzione, ai servizi educativi per l’infanzia, ai centri di formazione professionale regionale e alle scuole private non paritarie, a decorrere dall’anno 2019”. In particolare, la donna cita il comma 3: esso prevede che dirigenti e responsabili di tali enti invitino i genitori o i tutori dei loro iscritti a depositare la documentazione relativa allo stato vaccinale (che può prevedere l’effettuazione delle vaccinazioni oppure esonero, omissione o differimento.

In alternativa, va presentata la formale richiesta di vaccinazione all’Asl) entro il 10 luglio. «Per giustificare la dicitura Asl, sempre che arrivi corretta, bisogna avere cinque caratteristiche – afferma la mamma – vaccinazioni effettuate, omissione, differimento, esonero o istanza formale. Io e altre mamme abbiamo in corso delle procedure con questi elementi. La scuola non ce li ha neanche chiesti e ci ha fatto trovare la forza pubblica». Da qui la decisione di uno sciopero della fame: «Lo porterò avanti – annuncia – finché non vedrò gli armadietti con il nome delle mie figlie e degli altri bambini». «Non si doveva arrivare a questi punti – ha aggiunto la consigliera Frediani – l’esasperazione dei rapporti tra scuole e famiglie è un grande fallimento di una politica che ha solo saputo imporre anziché comprendere e dialogare».

Il singolo caso di Ivrea, in cui evidentemente occorrerà fare chiarezza più che altro a livello burocratico, ci invita a una riflessione di carattere generale, slegata dall’episodio in sé. A distanza di oltre due anni dalla pubblicazione del decreto e dalla successiva conversione in legge, il tema è ancora caldo. Sulla questione è stato detto probabilmente tutto ciò che si poteva, da una parte e dall’altra. Sul campo di internet sono state combattute sanguinose battaglie: da un lato dietro a generali come Roberto Burioni, immunologo diventato noto al grande pubblico proprio grazie alla sua opera di divulgazione a favore dei vaccini, dall’altro tra le file di un compattissimo fronte no-vax o free-vax (così si definiscono i paladini della “libertà di scelta”, che non si dichiarano contrari ai vaccini ma solo all’obbligo).

I vaccini non sono propriamente un’invenzione dell’altro giorno, familiarmente parlando. Si avvicinava la fine dell’Ottocento quando Edward Jenner realizzò che coloro che contraevano il vaiolo dalle mucche e guarivano, non venivano poi infettati dal più grave vaiolo umano. Proprio da quei primi esperimenti, poi risultati positivi per quanto pionieristici, la pratica prese il nome ancora attuale di “vaccino”, dal termine “vacca”.

Per lunghissimo tempo (e succede ancora in molti paesi, soprattutto quelli più poveri) l’arrivo dei vaccini veniva accolto con comprensibile gioia. Ce lo racconta, tanto per fare un esempio popolare, la storia di Balto. Come tutti i farmaci, anche i vaccini potevano presentare alcuni rischi. Ma già decenni fa, seppure in modo spartano, le persone calcolavano in qualche modo il rapporto rischi e benefici e decidevano di sfidare il ben più ridotto margine di rischio dei vaccini rispetto alla probabilità molto più alta di contrarre la malattia contro cui il vaccino agiva. 

Oggi, grazie ai progressi della scienza e al fatto di avere avuto più tempo a disposizione per osservarne gli effetti, i vaccini sono ancora più sicuri. In compenso, parte dell’opinione pubblica ha cambiato drasticamente direzione. È stato soprattutto uno studio del  1998, che metteva in relazione i vaccini e l’autismo, a creare allarmismo. Poco importa che in seguito quegli stessi studi vennero smascherati come falsi e che, in questi ultimi vent’anni, tutte le altre ricerche abbiano escluso ogni tipo di relazione tra vaccini e autismo. Dunque, per dirlo ancora una volta a chiare lettere, i vaccini non causano autismo.

La copertura, negli ultimi anni, è scesa in modo preoccupante, fino a rendere necessario l’obbligo di legge. In realtà, alcuni vaccini erano obbligatori anche in precedenza. Dunque un obbligo in questo senso non è stata una novità assoluta. Ma con la cosiddetta legge Lorenzin i vaccini obbligatori sono diventati dieci.

Ma è stata davvero un’imposizione, un colpo di mano, un masso caduto dall’alto sulla testa dei cittadini? Sono stati aperti portali internet dedicati alla divulgazione in materia, con termini e spiegazioni davvero adatti a tutti. Molti medici si sono adoperati con conferenze a misura di pubblico. Alcuni, come il già citato Burioni, hanno affiancato alle loro pubblicazioni accademiche per addetti ai lavori dei libri pensati per “profani”. Ne hanno parlato i giornali. I mezzi per informarsi in modo corretto sono stati forniti in abbondanza. Le risposte alle domande sono state date in modo inequivocabile. Se ci si chiede ancora perché l’Italia abbia dieci vaccini obbligatori mentre in altri Stati sono solo quattro, è una propria scelta quella di non avere una risposta. Perché lo sanno ormai anche i muri che la situazione è stata modificata per via del calo di copertura, che in altri Stati evidentemente non c’è stato o comunque non in modo così netto. Se si vuole ancora credere alla bufala del mercurio nei vaccini che causa l’autismo, è una propria scelta.

E ancora. Le Asl e le istituzioni sono andate decisamente incontro ai cittadini. Possibilità di proroghe, di differimenti, di autocertificazioni. Strumenti che, in qualche caso, sono stati usati nel peggiore dei modi. Sul web si leggeva spesso di no vax che esortavano a fare di tutto per congestionare il sistema, già messo in difficoltà dall’improvviso afflusso di utenti. «Chiedete gli esami prevaccinali, chiedete di avere il vaccino monodose, chiedete di portare via con voi la scatola e il bugiardino, chiedete di avere il vaccino singolo e non il polivalente, chiedete dichiarazioni di responsabilità». Richieste senza senso, pensate con il solo scopo di mettere in difficoltà il personale e rimandare il momento del vaccino. Altri invitavano a fingere che il bambino fosse continuamente malato. Qualcuno ha ammesso candidamente in mondovisione di avere falsificato l’autocertificazione. 

Qualcuno, cinicamente, potrebbe dire che è giusto anche avere la libertà di scegliere come morire. Ma uno Stato, se tale si proclama, non può “fregarsene”. Lo Stato deve tutelare i suoi cittadini anche da loro stessi, quando serve. È per questo che ci obbliga, tanto per fare un esempio, a indossare le cinture di sicurezza alla guida. Volendo, la questione si potrebbe anche volgere in termini economici: in uno Stato come quello italiano che prevede il sistema sanitario nazionale, è anche una questione di costi. Curare una persona che ha preso il tetano o che si è lesionata gli organi interni per avere avuto un incidente senza cintura, comporta anche delle spese. Ma quello economico rimane un risvolto di importanza relativa rispetto a quello giuridico e sociale: lo Stato deve tutelarci. Deve tutelare il singolo e la comunità.

La nostra preziosissima Costituzione prevede l’ipotesi che si rendano necessarie delle leggi in materia di salute. «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti – recita l’articolo 32 – Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Lo Stato, insomma, non ha fatto nulla che non fosse etico con l’imposizione dei vaccini. Ha cercato di accompagnare le persone in questo cammino, ma non può certo prendere per mano uno per uno ogni cittadino recalcitrante e concedere “sconti” e trattamenti personalizzati.

Se oggi, a distanza di due anni dalla conversione in legge del decreto Lorenzin, siamo arrivati ad avere la polizia davanti alle scuole, forse non è un problema dello Stato che è diventato assoluto, ma di certe persone che quello stesso Stato l’hanno messo a dura prova. E così ne pagano le conseguenze anche gli altri.