Altro che voglia di bello, Instagram stimola l’invidia

di Fabiana Bianchi –

«Le foto di famiglia ritraggono volti sorridenti, nascite, matrimoni, vacanze, feste di compleanno dei bambini. Si scattano fotografie nei momenti felici della propria vita. Chiunque sfogli un album fotografico ne concluderebbe che abbiamo vissuto un’esistenza felice e serena, senza tragedie. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare». Sono parole tratte da “One hour photo”. Il film è forse uno dei meno noti fra quelli che vedono il grande Robin Williams protagonista, ma merita davvero attenzione. Uscita nel 2002, la pellicola è incentrata su una realtà oggi molto meno diffusa rispetto a quell’epoca: il servizio di sviluppo rapido delle fotografie. Sotto gli occhi del solitario Sy Parrish, commesso in un’attività di questo tipo, scorrono migliaia di immagini. I momenti felici che vede immortalati lo convincono che la vita altrui sia perfetta, ricca di momenti felici da riportare sulla lucida carta fotografica.

Meno di vent’anni dopo, molte cose sono cambiate. Il digitale, allora agli albori nell’uso delle persone comuni, ha soppiantato quasi completamente la pellicola. Gli album fotografici di famiglia sono ormai rari, mentre si riempiono le gallerie di Instagram e Facebook. Si scattano senza remore centinaia, migliaia di fotografie: non più i 36 clic della Kodak monouso centellinati per l’occasione speciale, ma decine di immagini quasi tutti i giorni. Non si immortala più solo il compleanno del bimbo, ma anche la caffettiera sul fuoco al mattino, il panino al bar, le gambe sul lettino in spiaggia o scaldate da una morbida coperta nei pomeriggi invernali. In certi casi diventa quasi un reality show, un racconto in diretta impensabile fino a un decennio fa. Se nel duemila ci avessero detto che un giorno avremmo fotografato la tazza della colazione, probabilmente avremmo chiesto in primo luogo a chi mai sarebbe potuta interessare. E invece.

Una cosa, però, non è cambiata. Fotografiamo tendenzialmente le cose belle, i momenti felici, quelli divertenti. Proprio come nel 2002, «nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare». Oggi, però, da quelle fotografie che prima stavano chiuse in un album siamo invece bombardati. Abbiamo delle gigantesche finestre apparentemente spalancate sulle vite degli altri. La parola chiave è “apparentemente”: perché in realtà, da quelle finestre, ognuno mostra solo ciò che vuole. Non è certo una colpa. Anzi, è una normale espressione di una forma di pudore. Il rischio, però, è quello di convincersi, come Sy, che la vita degli altri consista esattamente in ciò che ci fanno vedere, ossia un’esistenza perfetta e costellata soltanto di bellezza. 

Impensabile? Tutt’altro. Il fenomeno è già noto tra gli studiosi e il periodico inglese “The guardian” ha addirittura definito l’epoca attuale “The age of envy”, ossia “L’età dell’invidia”. Il fenomeno non tocca solo gli adolescenti, ma persone di tutte le età. Secondo alcune ricerche, sono le fotografie a destare le reazioni emotivamente più forti fra tutti i contenuti che vengono regolarmente postati sui social network. È quindi facile capire perché Instagram, progettato per raccogliere appunto le fotografie prodotte personalmente dei suoi utenti, sia considerata da alcuni esperti una delle piattaforme più “rischiose” in questo senso. Al punto che lo stesso social network, qualche mese fa, ha deciso di avviare la sperimentazione di un nuovo sistema di “like”, in cui solo l’amministratore di un profilo può vedere il numero di “cuoricini” che è stato tributato al suo contenuto. «Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi – ha sottolineato Tara Hopkins, responsabile del “Public policy” per la zona comprendente l’Europa – Ciò significa aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram».

L’”invidia da social network” conosce diverse forme. Da un lato, possiamo invidiare la vita apparentemente perfetta degli altri. Dalla vicina di casa che ha trascorso le vacanze alle Bahamas a Chiara Ferragni che vola da Los Angeles a Milano con la stessa nonchalance con cui noi prendiamo la tangenziale ovest. Perché i social hanno avuto anche questo potere: ci hanno reso apparentemente più vicine le celebrità. Se prima la loro era percepita come una vita lontana dalla nostra per antonomasia, ora avere la possibilità di interagirci molto più facilmente li rende meno “alieni” ai nostri occhi e ci fa pesare maggiormente la differenza di stile di vita. Un’altra forma di invidia è quella per il successo riscosso dalle altre persone tramite “like”, “reaction” e tutti gli altri strumenti che i social network ci mettono a disposizione per dire la nostra con un solo “tocco”. Finiamo per identificare il nostro account con il nostro io, considerando con lo stesso valore il successo riscosso online e quello a dispositivi spenti. Infine, pare addirittura che qualcuno sviluppi una sorta di paradossale invidia verso se stesso: vorrebbe la vita che lui stesso comunica attraverso i social e non quella vera, con tutte le sue difficoltà. Parafrasando Ligabue, “un mondo all’altezza dei social che ho”.

Come al solito, non ha senso demonizzare i social network di per sé, che sono solo degli strumenti nelle mani dei loro utenti. A renderli “pericolosi”, semmai, è il fatto che in pochi anni queste applicazioni abbiano preso possesso di una fetta consistente della nostra vita, ma senza che fossimo adeguatamente preparati. Non c’è stata un’“educazione ai social”. Abbiamo in mano strumenti potentissimi che abbiamo imparato a usare da autodidatti. Insomma, stiamo guidando senza patente. A questo si aggiunga che spesso molti contenuti social fanno leva sull’emotività e non sulla logica. Se davanti a un articolo di giornale condiviso da un contatto ci disponiamo ad analizzarlo razionalmente, i contenuti visivi vengono invece processati in modo più razionale, “di pancia”.

Proprio la razionalità, però, è la nostra “arma” migliore. Occorre educare noi stessi e le generazioni più giovani a essere ragionevoli. I ragazzi, contrariamente a quanto qualcuno si ostina a pensare, sono tutt’altro che stupidi. Se vogliamo buttare via tempo e occasioni educative lamentandoci della decadenza delle nuove generazioni, lungi dalla volontà di chi scrive privare qualcuno di un passatempo vecchio letteralmente di mille anni. Ma se abbiamo optato per la razionalità di cui si parlava, può essere utile sedersi al fianco dei più giovani e discutere (da pari) di quello che i social network hanno portato nella nostra vita.

Dopotutto, certe dinamiche non sono così nuove, ma solo amplificate. Insomma, quando un conoscente incontrato per strada ci chiede come va, poche persone sciorinerebbero l’elenco delle proprie disgrazie, ma quando possibile si tende a parlare di argomenti leggeri e allegri. Lo stesso accade sui social: si mostra una parte di vita leggera e allegra. Allo stesso modo, molte amare realtà evidenziate dai social sono quelle che si verificano anche nella vita reale. Che ci siano persone più fortunate di noi (e già il concetto è molto soggettivo) è un dato di fatto, così come lo è il fatto che altre lo siano di meno. Ribellarsi a questo significa semplicemente procurarsi dei mal di stomaco senza ragione. Sta anche a noi decidere se vogliamo trascorrere l’esistenza a rosicare perché a Cindy Crawford sono capitate le gambe più lunghe oppure se dedicarci a qualcosa di più costruttivo.

E ancora. Se, come è plausibile, quasi tutti usiamo i social network, dovremmo sapere come funzionano. Inutile negarlo: tutti pubblichiamo la foto uscita meglio, lo scorcio più interessante, il cibo dall’aspetto più appetitoso, il selfie meno impietoso e via discorrendo. Allora cerchiamo di essere consapevoli che esattamente come lo facciamo noi, lo faranno anche gli altri. Anche le loro vite saranno costellate di selfie con un brufolone enorme in primo piano, tenuti ben nascosti negli archivi del telefono, giornate dove il panorama più emozionante è il bancone della mensa, piatti così tristi da fare venire voglia di mangiarli in fretta per non vederli più. In questo senso, scattare delle foto (da condividere, ma anche da tenere per sé) può addirittura aiutarci a ritrovare il buon umore, abituandoci a cercare le piccole gocce di bellezza che la vita ci regala. L’albero in fiore vicino al parcheggio al lavoro, il dolce delizioso che ha accompagnato il caffè in pausa, il cuore apparso nella schiuma del cappuccino.

Certo, l’invidia è un sentimento caparbio e strisciante. Se proprio sentiamo che ci divora, abbiamo almeno due possibilità. In primis, spegnere il computer e il cellulare. È drastico, ma dopotutto non stiamo mica parlando di macchinari salvavita. Ma la ricetta migliore è un’altra: parlare con le persone senza schermi di mezzo. Ascoltarle, condividere. Scopriremo così che tutti, nella vita, abbiamo alti e bassi. La vita ci dà quel macaron rosa bellissimo da condividere su Instagram con filtro “rise” e ci dà la giornata di pioggia in scala di grigi più deprimente degli ultimi dieci anni. «Le cose sono dure per tutti – scriveva una giovanissima Susan Hinton decenni prima dell’avvento di Instagram – ma è meglio così. Almeno puoi dire che anche gli altri sono esseri umani».

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