Ghosting, quando chi non ti vuole più sparisce nel nulla…

di Fabiana Bianchi –

Viene chiamato “ghosting”, dall’inglese “ghost”, “fantasma”. Nel 2015 il termine è addirittura stato inserito nel famoso dizionario d’inglese Collins. La definizione è tanto semplice quanto cruda: significa porre fine a una relazione sparendo nel nulla, troncando ogni comunicazione senza dare spiegazioni. La parola ha avuto origine nei primi anni del nuovo millennio sui forum online, ma è soprattutto negli ultimi anni che è diventata nota al grande pubblico. 

Il fenomeno non è sicuramente nuovo. Quella di “sparire nel nulla” è probabilmente un’abitudine che si sarebbe potuta riscontrare fin dall’alba dei tempi. Ma recentemente, con la diffusione dapprima dei telefoni cellulari e poi dei social network e degli smartphone, è diventata sicuramente più facile da inquadrare. Parlare di ghosting non significa fare chiacchiere da fare al bancone del bar in stile “La verità è che non gli piaci abbastanza”: si tratta invece di una realtà già presa in esame anche dagli studiosi.

Quanto è diffuso il ghosting? La statistica più nota è quella elaborata dal sito di appuntamenti “Plenty of fish”. Il sondaggio ha coinvolto 800 persone tra i 18 e i 33 anni: fra di loro, l’80% ha riferito di avere subito “ghosting”. Naturalmente, questa ricerca è stata svolta nell’ambito degli utenti del sito, ma è legittimo comunque pensare che il ghosting non sia limitato al mondo dei siti di appuntamenti.

Qualcuno arriva a definirlo come uno dei mali di questa epoca con tutti i suoi contrasti: un mondo iperconnesso, ma in cui al tempo stesso certe relazioni sembrano farsi sempre più superficiali. Anche volendo evitare di cadere nel discorso ormai trito e triste della decadenza dei valori, già in voga ai tempi di Giovenale, bisogna ammettere che effettivamente i nuovi mezzi di comunicazione possono favorire questo tipo di dinamiche. Le opportunità di conoscersi sono moltissime. In poche ore è possibile parlare con decine di persone. Non è pensabile che tutte queste conoscenze possano evolversi in relazioni più profonde. È quasi naturale che alcune di esse siano destinate a spegnersi. Tuttavia, ghosting non è semplicemente un “perdersi di vista”, ma un atteggiamento deliberato di una persona che interrompe bruscamente una relazione. Può farlo bloccando l’altra persona sui social network o sulle chat, oppure limitandosi a visualizzare i suoi messaggi senza però rispondere.

E a questo proposito è opportuno sottolineare che il ghosting non avviene necessariamente all’interno di una relazione amorosa, ma può avvenire anche tra amici oppure in ambito lavorativo. Probabilmente, alla luce di ciò, moltissimi lettori riconosceranno di averlo subito almeno una volta nell’ambito della loro vita.

Come si diceva, non è semplicemente “una cosa antipatica”. Molti psicologi concordano nel considerarlo un comportamento ai limiti (e talvolta anche oltre) della patologia, definibile come una modalità relazionale di tipo passivo-aggressivo. Chi lo subisce può avere ripercussioni significative. Chiudere una relazione è sempre e comunque difficile: farlo con un confronto, però, lo rende più accettabile. Inoltre, può fornire degli spunti utili per affrontare la separazione e un’eventuale futura storia. Nel ghosting, invece, il confronto viene a mancare. Una delle due persone rimane senza spiegazioni, senza un punto fermo che metta la parola fine alla relazione. Da qui il rischio che si instaurino delle dinamiche particolarmente negative, che vanno oltre il normale, per quanto doloroso, stato d’animo che accompagna la fine di una storia.

Un esempio? La persona lasciata può sviluppare un senso di inadeguatezza, dato dal fatto di non avere risposte agli interrogativi sulla fine della relazione. Possono svilupparsi pensieri ossessivi: se già normalmente non sempre è facile accettare la conclusione di una storia, in questo frangente, in cui di fatto una chiusura effettiva non c’è, l’accettazione è più difficile. Spesso, infine, chi viene lasciato sviluppa dei sensi di colpa. In assenza di ragioni concrete, illustrate, per la fine della relazione, tende ad assumere su di sé le colpe del fallimento. Per questo affrontare questo tipo di fenomeno richiede una certa cautela.

Chi è il “ghoster” tipo? Ovviamente, non esiste una risposta univoca. Sembra che questa via sia scelta sia da persone che risentono di bassa autostima che da individui con tratti tendenti al narcisismo, estremamente concentrati sui propri bisogni. Talvolta le relazioni che terminano con il ghosting sono segnate già dall’origine da difficoltà di tipo comunicativo, oppure sono contraddistinte da dinamiche poco equilibrate, con forme di dipendenza affettiva o similari.

Diversi professionisti hanno inoltre notato che spesso chi pratica ghosting ha subito a sua volta delle forme analoghe di abbandono, anche in ambito familiare. Da qui la tendenza a replicarle al momento di affrontare una separazione.

Il ghosting non è poi l’unica forma di separazione di questo stampo. Si parla anche di “zombieing”, ossia l’abitudine a sparire per determinati periodi di tempo per poi ripresentarsi come se nulla fosse successo. Un’altra dinamica è quella nota come “benching”: in questo caso, una persona mantiene l’altra in stato continuo di dubbio e incertezza sulla relazione. In questo modo, il “bencher” si assicura una sorta di cuscinetto emotivo: una persona da cui sa di potere sempre tornare quando gli fa più comodo. Un quarto fenomeno che è invece strettamente legato al mondo dei social network è quello dell’”orbiting”. Si definisce così la dinamica in cui una persona, dopo avere messo in pratica il “ghosting”, mantiene comunque qualche forma di contatto mediante social con l’ex partner, come “like” su Facebook oppure visualizzazioni delle storie su Instagram o Whatsapp.

Il “ghosting” è davvero il male del secolo, dunque? Sicuramente è un male. Dal punto di vista psicologico, equivale a una forma di violenza nei confronti del partner. È difficile, però, incolpare esclusivamente i ritrovati tecnologici e le dinamiche relazionali di questi ultimi anni. Prendere una decisione che si sa destinata a fare del male a un’altra persona non è semplice. Non lo è mai stato e mai lo sarà, al di là che ci sia di mezzo uno smartphone o no. Il desiderio di fuggire davanti a un simile “dovere” accomuna probabilmente diverse generazioni. La differenza non la fanno Facebook o Whatsapp, ma la volontà di prendersi le proprie responsabilità e affrontare l’altra persona, quella di prendere atto, malgrado tutto, di quel dolore che sarà inevitabile. Se oggi ci si trova più spesso nella necessità di affrontare la fine di una storia rispetto al passato, è anche perché nella società di oggi le persone hanno spesso diverse relazioni, anche importanti, nel corso di una vita. In passato, tendenzialmente, questo non accadeva o comunque si verificava in misura minore. Senza volere giustificare i “ghoster”, dunque, appare evidente che la cornice di questo fenomeno è molto più ampia di una semplice “crisi dei valori da ipertecnologia”. Riconoscere la sua natura complessa potrebbe essere un primo passo per poterla affrontare meglio, con la profondità che si rende necessaria.

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