Il caso Mihailovic: trattiamo le persone non da personaggi

Il caso Mihailovic: trattiamo le persone non da personaggi

19 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Giorgio Simonelli –

Quando, domenica sera, ho visto in tv la scena dei tifosi e dei calciatori del Bologna che si erano radunati sotto le finestre dell’ospedale dove è ricoverato il loro allenatore Sinisa Mihailovic per festeggiare la bella vittoria in trasferta della squadra, ho avuto un momento di imbarazzo. Intendiamoci: siamo tutti colpiti da quello che è accaduto a Sinisa, siamo tutti qui a fargli i più sinceri auguri di una rapida e completa guarigione (non dico a fare il tifo per lui, mi sembra un’espressione troppo banale per una realtà tanto seria) e posso anche credere che la vicinanza di tanti amici e fans possa giovare alla sua salute nella fase delicata della cura.

Ma ci sono un paio di cose su cui credo sia utile richiamare l’attenzione, al fine di evitare confusioni che in un simile caso sarebbero quanto mai pericolose. Prima di tutto è bene distinguere ciò che accade a Mihailovic – il suo dolore, il suo coraggio, la sua forza, il suo presentarsi in campo sorprendendo tutti a Verona, l’affetto che lo circonda – dalla rappresentazione televisiva di tutto questo. Il rischio di una malattia (e speriamo guarigione) in diretta, di una “tutta la terapia minuto per minuto”, insomma della trasformazione di questa dolorosa realtà in un racconto televisivo è un rischio molto serio.

Dalla giusta, necessaria testimonianza all’esibizione, alla trasformazione del tutto in spettacolo il passo – come sappiamo – è breve. Non posso fare ameno di ripensare, data la mia età, a due vicende tragiche che molti anni fa, negli anni Settanta, coinvolsero due allenatori, Armando Picchi e Tommaso Maestrelli, entrambi uccisi dal cancro nel bel mezzo di una brillante carriera.

Ebbene durante le lunghe fasi della malattia, dei loro ricoveri e delle terapie non uscì in pubblico una notizia, un’immagine della loro condizione. Senza tornare a quei tempi di eccessiva autocensura, in cui non si pronunciava neppure il nome del “male incurabile” ed effettivamente non esistevano le cure mirate che oggi abbiamo a disposizione, mi chiedo se davanti alla malattia, insieme alla partecipazione, non ci debba essere anche il velo del pudore.

Me lo chiedo davvero, non come una domanda retorica. Poi c’è un secondo rischio, ancora più grave. In questa costruzione del racconto televisivo, che è già partita, entrano in gioco tutti i meccanismi del racconto, a cominciare dalla presenza di un eroe. Ed ecco allora che parte la trasformazione della persona in personaggio.

Sinisa il duro, quello che non molla, che affronta l’avversario a testa alta, il guerriero e altre stupidaggini retoriche assortite. Nella speranza di rivedere al più presto la grinta di Mihailovic esprimersi solo sul campo di calcio, lasciamo stare per ora guerre e guerrieri, duri e combattenti e impariamo a trattare le persone solo da persone. Almeno quando sono malate.