Perché il mondo si è mobilitato per Notre Dame e non per l’Amazzonia

di Deborah Villarboito –

Ci sono cattedrali e cattedrali. A quanto pare incendi e incendi. Ancora una volta si potrebbe pensare che il relativismo culturale, la vicinanza ad un certo evento catastrofico abbiano avuto la meglio sul buon raziocinio di coloro che hanno assistito. 

L’incendio nella cattedrale di Notre Dame ha fatto immobilizzare in poche ore mezza Europa e parte del resto mondo. Sono arrivati finanziamenti per la ricostruzione, uomini per aiutare a rimettere in sicurezza, giornalisti da tutto il mondo. Dall’altra parte del mondo, dopo giorni e giorni in cui l’Amazzonia sta bruciando il mondo se ne accorto in ritardo e gli aiuti sono ben pochi, oltre alle decisioni drastiche d Bolsonaro.

Da ogni parte del pianeta si stanno alzando a gran voce grida di allarme: bisogna fare qualcosa per evitare danni irreparabili al nostro già piagato pianeta. Persino il riscaldamento globale potrebbe, anzi sarà sicuramente, influenzato e peggiorato da questo disastro ambientale. Voci più o meno autorevoli, più o meno esperte, si stanno facendo sentire e stanno cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica dell’intero globo. Da Macron, che ha ingaggiato una lotta a colpi di Tweet con l’incosciente presidente brasiliano Bolsonaro, a Cristiano Ronaldo che ha twittato: “La foresta pluviale amazzonica produce oltre il 20% dell’ossigeno del mondo e brucia da tre settimane. E’ nostra responsabilita’ aiutare a salvare il nostro pianeta. #prayforamazonia“.

Il problema è che si minimizza da più parti, a partire appunto dallo stesso presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, il quale dopo aver accusato le Ong, ‘sospettate’ a suo dire di essere responsabili degli incendi in Amazzonia, mette nel mirino anche la stampa, che danneggerebbe il paese con una ‘psicosi ambientalista’.

Ed è forte lo scontro su Twitter fra Emanuel Macron e Jair Bolsonaro sulla protezione dell’Amazzonia: il presidente francese ha lanciato l’allarme sulla “crisi internCi azionale” che rappresentano gli incendi forestali in Brasile, reclamando al G7 di iscrivere la questione all’agenda del suo vertice, ma il suo collega brasiliano lo ha accusato di cedere al “sensazionalismo” per “interessi politici personali“, dimostrando inoltre una “mentalità colonialista“. Un atteggiamento da ‘provincialotto’ potremmo azzardare a dire, quello di Bolsonaro, che per fare ‘dispettucci’ e tirare frecciatine ai suoi avversari politici è disposto a sacrificare anche il nostro polmone verde, quello per secoli ha dato ossigeno a gran parte del Pianeta.

La foresta amazzonica sta andando a fuoco e con ogni probabilità la colpa è degli esseri umani. Gli incendi in Amazzonia sono stati 72.843 quest’anno: una cifra record, secondo le stime del centro di ricerca spaziale brasiliano INPE. La maggioranza degli incendi sono spesso dolosi, volti a deforestare terreni da coltivare. L’INPE segnala un aumento dei roghi dell’83% rispetto allo stesso periodo nel 2018, quando Jair Bolsonaro non aveva ancora iniziato la sua politica di tolleranza nei confronti della deforestazione.

Perché nessuno parla dell’Amazzonia e tutti parlavano di Notre Dame in fiamme? Questo è il grido che si leva dai social. Molti infatti ritengono spropositata l’attenzione mediatica concessa all’incendio che ha bruciato il tetto e la guglia della cattedrale di Parigi rispetto alle migliaia di roghi appiccati dall’uomo che stanno devastando la Foresta Amazzonica.

Ci si può preoccupare di Notre Dame, dell’Amazzonia e dell’ambiente contemporaneamente

Il meccanismo è quello che scatta quando si è di fronte a due eventi che hanno un comune denominatore e si stabilisce arbitrariamente che sono la stessa identica cosa. In questo caso il trait d’union è il fuoco, la furia dell’incendio che riduce in cenere il patrimonio dell’Umanità. A questo punto la domanda che sorge spontanea è: sono più importanti l’Arte e le guglie di Notre Dame o la biodiversità della foresta pluviale, considerata il polmone verde del Pianeta? Si forza così l’interlocutore ad esprimere un inutile giudizio di valore e a scegliere tra due aspetti che sono egualmente importanti e che non ha senso mettere a confronto l’una con l’altra.

L’Arte e la cultura sono ciò che ci definisce come specie. L’ecosistema invece è ciò che ci consente di sopravvivere come specie. Anche se l’intento può essere nobile, ad esempio sensibilizzare sull’importanza della conservazione della Foresta Amazzonica e sul pericolo che l’incendio pone in maniera diretta e indiretta alla sopravvivenza dell’essere umano sulla Terra è sbagliato stabilire questo paragone. Perché si possono benissimo versare lacrime per il patrimonio culturale che va perduto così come per tragedie come l’Amazzonia che brucia.

Svilire Notre Dame per dire che “è più importante” pensare all’Amazzonia è pericoloso. Perché potrebbe sempre arrivare qualcuno che ci spiega che le migliaia di persone che muoiono di fame, i bambini che soffrono a causa delle guerre o i ghiacciaci che si sciolgono sono una tragedia ancora peggiore. È il benaltrismo, bellezza, e quando si inizia su questa china non c’è più scampo. Qualcuno dice che è colpa dei media che “non ne parlano abbastanza”, ma nessuno è mai in grado di dire quanto è “abbastanza”. Si parla abbastanza dei ghiacci che si sciolgono? Eppure lo scioglimento dei ghiacci artici rappresenta un bel problema, magari – potrebbe dire qualcuno – non se ne parla perché è meno visibile e di impatto, non tanto quanto migliaia di incendi.

Il benaltrismo è comodo, perché oggi possiamo indignarci per l’Amazzonia, domani per qualcos’altro e la colpa sarà sempre di chi “non ci dà le notizie”. Nulla ci obbliga a cambiare il nostro stile di vita, che è la vera ragione per cui si bruciano i boschi o si tagliano gli alberi. L’attivista svedese Greta Thumberg, in viaggio in barca a vela nell’Oceano verso New York ha dedicato un tweet al disastro amazzonico: «persino qui, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, ho sentito del record di incendi devastanti in Amazzonia. I miei pensieri sono con le persone colpite. La nostra guerra contro la natura deve finire».

Non si cada nell’errore che il benaltrismo sia un problema esclusivamente italiano. Si trovano tweet da tutte le nazioni che si lamentano di come quando bruciò Notre Dame i miliardari fecero la fila per donare per la ricostruzione della Cattedrale. E oggi nessuno si sta battendo per una raccolta fondi per l’Amazzonia. Vale la pena di ricordare che di tutte le promesse di donazioni da parte dei Paperoni del Pianeta non si è ancora visto un centesimo. Quindi forse va bene che nessuno si sia ancora fatto avanti.

In questo caso ad esempio non sono scesi in campo i miliardari ma direttamente i capi di Stato e le istituzioni internazionali. Naturalmente al presidente brasiliano Bolsonaro, che per settimane ha negato la portata del disastro minimizzando l’estensione degli incendi contro il parere dell’Istituto spaziale brasiliano e dando addirittura la colpa alle ONG, non ha gradito l’interventismo dei paesi del G7 facendo notare che a quel tavolo non siede nessuno dei rappresentati dei paesi che sono direttamente responsabili della gestione e della cura della foresta Amazzonica. Ed eccolo il vero rischio del benaltrismo: dando la colpa ai media che “non ne parlano abbastanza” si rischia di dimenticare di chi è la colpa se l’Amazzonia va a fuoco. In pochi ricordano infatti che fu proprio Bolsonaro a chiudere un occhio sulla deforestazione selvaggia. Ora il presidente del Brasile corre ai ripari e promette di mandare l’esercito. Ma a cosa serve mandare l’esercito (o piantare alberi per riforestare l’Amazzonia) se nessuno controlla e vigila sugli uomini che la distruggono?

Il governo brasiliano ha quindi rifiutato i 20 milioni di dollari stanziati dal G7 per contrastare gli incendi in Amazzonia e ha assicurato che i roghi sono “sotto controllo”. In precedenza, il ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, aveva riferito ai giornalisti di aver accolto con favore i finanziamenti del G7, ma dopo un incontro tra il presidente, Jair Bolsonaro, e i suoi ministri, il governo ha cambiato idea.

L’opinione pubblica vede lontano il fumo dell’Amazzonia. E’ un dato di fatto, la corsa alla solidarietà ne è un esempio, come anche la condivisione sui social delle foto dell’incendio in tempo reale e le prese di posizione nello stesso momento da parte di chi volesse stanziare gli aiuti. Siamo stati testimoni in pochi mesi del rogo di due cattedrali dell’umanità. Notre Dame, simbolo di storia e cultura, patrimonio indiscusso, dal valore inestimabile ma riparabile in pochi mesi di lavoro. Poi c’è il disastro dell’Amazzonia, un polmone verde che sparisce e che è difficile da ricostituire. Una fonte di vita persa e che si ripristinerà tra qualche generazione se va bene.

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