Hai i capelli colorati? Allora non puoi entrare a scuola. Succede a Scampia

di Alessandro Pignatelli –

Scampia non è un posto come un altro. Periferia di Napoli, degrado e criminalità. Una scuola, che dovrebbe accogliere quei ragazzi che altrimenti potrebbero prendere strade ben diverse. Negli ultimi giorni, però, questo luogo dove spesso ci sono sparatorie e morti ammazzati è salito alla cronaca per una scuola che non ha accolto. L’Istituto comprensivo ‘Ilaria Alpi – Carlo Levi’ non ha infatti fatto entrare un ragazzo di 13 anni presentatosi ai cancelli con delle treccine blu elettrico e tutto intorno i capelli rasati. La preside ha deciso così in nome del ‘dress code’ della scuola che presiede. Giusto? Sbagliato? Sui social è esplosa come una bomba questa notizia.

In tanti si sono scagliati contro la dirigente scolastica proprio perché non avrebbe assecondato il diritto allo studio, il diritto d’opinione e di libertà d’espressione. Hanno accusato l’istituto di applicare severissime leggi da lager. In parte, bisogna dare ragione a queste persone. A Scampia specialmente non bisognerebbe ‘assecondare’ la dispersione scolastica. Meno stanno in strada, meglio è per gli studenti. Per il 13enne con i capelli blu altro non è rimasto che accedere alla palestra e ai laboratori ma, per una questione di decoro, niente lezioni e niente ingresso in classe. 

La prima persona a criticare la preside è stata la nonna del ragazzo. Da lì, è stato un crescendo. La preside ha tenuto botta: “Il messaggio non è limitare l’espressione dei ragazzini nel vestire, ma insegnargli a rispettare le regole della società civile”. Ma siamo proprio sicuri che le treccine blu vadano contro queste regole? Perché? Rosalba Rotondo, questo il nome della dirigente, ha detto ancora: “Farà lezione in laboratorio, prove di musica con l’orchestra, palestra con gli altri. Non lo escludiamo, ma non tornerò indietro”. 

È tutta una questione di regole, insomma, quelle che la scuola – anche quella costruita alla periferia del mondo – deve assolutamente dare agli adolescenti: “Dietro ogni regola c’è un valore formativo. Lo faccio perché sia chiaro che le regole vanno rispettate”. E allora forse dobbiamo cambiare un po’ anche opinione e prospettiva: a Scampia imparare che ci sono delle regole (non quelle della criminalità) e che oltre non si può andare, è altrettanto fondamentale che frequentarla una scuola. “Il ragazzo mi ha subito promesso che avrebbe tolto le treccine, ma la madre ha aggiunto che ci vorrà del tempo, non si possono asportare immediatamente. Non importa, aspetteremo”. Sì, perché alla fine una parte di responsabilità ce l’ha la famiglia e allora non è giusto che sia il figlio a dover pagare tutto: “Fino ad allora, abbiamo pensato a un percorso alternativo per lui, per dimostrare a tutti quale ragazzo di talento è. Non ha bisogno di attirare l’attenzione con le treccine. Ha già altre peculiarità: la musica, lo sport, gli piace molto la matematica. Non possiamo lasciare tutto come prima. L’importante è che capiscano il nostro gesto, in primis la mamma”.

Rotondo è stata accusata di razzismo. Davanti a lei ci saranno un consiglio d’istituto e un faccia faccia con i genitori: “Razzismo? Si facessero vedere in faccia, venissero a dare una mano a scuola e ai ragazzi bisognosi di attenzioni e cura. Ma io, nel frattempo, mi rivolgerò all’autorità garante per i minori. Denuncerò tutto questo vergognoso speculare sulla sorte di questo allievo a cui io voglio dare un futuro diverso dal background familiare”.

La mamma del ragazzino, la 29enne Carla, dice la sua: “La preside mi ha dato dell’ignorante, mi sono sentita offesa. Sono andata a confrontarmi con lei, ma ha chiamato la polizia dicendo che la volevo aggredire. Mio figlio esprime la sua personalità, è stato discriminato”. Discriminazione e razzismo, sui social sono due delle parole che di più sono venute fuori a proposito di questa storia. “Noi non discriminiamo nessuno. Ma educhiamo anche alla serietà. La scuola, come la intendo io, è sacra: possono vestirsi come vogliono, ma solo se maggiorenni”. 

Non dimentichiamo infatti che in passato sono emersi altri casi che hanno fatto discutere a proposito del dress code scolastico. Presidi che vietavano le infradito, le gonne troppo corte, i pantaloni strappati o a vita troppo bassa. Le scollature extralarge. Storie che ci hanno fatto prendere ora le parti di una, ora dell’altra parte. È vero che gli adolescenti un po’ devono essere lasciati liberi di scegliere, ma è altrettanto vero che la scuola è un luogo pubblico dove si richiede serietà. Anche nel vestirsi o nel pettinarsi. C’è una linea sottile tra il diritto e il divieto di esprimere il proprio essere. Se si lavora in banca, per esempio, è richiesto un abbigliamento altrettanto consono: per gli uomini, giacca e cravatta. Eppure parliamo di ‘maggiorenni’ che potrebbero decidere da soli cosa indossare la mattina. Difficilmente vedremo un avvocato in t-shirt perorare la causa di un proprio cliente in tribunale. E allora?

E allora, insegnare fin da quando si è sui banchi di scuola cosa vuol dire rispettare il prossimo non è più una censura. Insegnare che ci sono delle regole e che più si cresce, più ce ne sono, non è più un modo per discriminare qualcuno. Insegnare che la minigonna troppo corta finisce per danneggiare, non per esaltare la personalità e la mente di una donna – almeno se indossata in determinati contesti – non è essere bigotti. A patto di non schematizzare tutto, di non creare un mondo di persone vestite e pettinate tutte uguali. Perché quello sarebbe un delitto, sì. Creeremmo un mondo senza differenze, ma anche privo di personalità. Tutti copie dell’altro, nulla più. 

La preside della scuola di Scampia, detto tutto questo, aveva comunque il diritto di decidere come i suoi studenti dovevano entrare nell’istituto. Prendendosi interamente le responsabilità, che ora dovrà spiegare anche a docenti e genitori. Ma l’impressione è che lei non voglia assolutamente sottrarsi a questo giudizio – si spera meno sommario di quello social – ma voglia anzi confermare i motivi che l’hanno spinta a rifiutare che un 13enne dai capelli blu elettrici entrasse in classe. E che potesse tornare a farlo solo quando le treccine torneranno di un colore normale. Anche se qui potremmo aprire un lungo capitolo su cosa è normale e cosa no. Gli occhi di due colori diversi lo sono? I capelli rossi anche? E se domani, per protestare contro la decisione della dirigente scolastica, tutta la scuola decidesse di farsi le treccine blu? Nessuno più farebbe lezione? Oppure l’anormalità diventerebbe l’unico castano che non ha voluto partecipare al flash mob?

Ecco, signora preside, il rischio sta tutto qui. Che lei abbia deciso per il bene del ragazzo, ma che questo le si ritorca contro. Che si scomodino per l’appunto la psicologia, la psichiatria e la sociologia. Che la domanda: per lei cos’è normale? aleggi da adesso in poi tra i corridoi della sua scuola. Perché di fronte alla presunta normalità di un comportamento invece che di un altro non c’è una risposta univoca. Può essere normale presentarsi con mini ascellari, se l’atteggiamento poi è di assoluto rigore, ed essere invece fuori da ogni contesto dell’essere civile pur arrivando con camicetta abbottonata fino all’ultimo bottone e gonna larga che arriva ai piedi.

Ma lei avrà già risposto tra sé e sé a queste domande e a questi possibili dubbi. In fondo, la scuola è sua. Lei sa come gestirla. Avrebbe preferito che questa storia non avesse avuto tutta questa eco, ma ormai è capitato. Saprà disinnescare l’esplosività di una scelta così borderline, vero? La sua rigidità saprà essere anche scudo per tutto l’istituto, senza danneggiare un anno scolastico che è appena cominciato e che si deve svolgere – lui sì – in totale serietà. Però, si ricordi un’ultima cosa: in fondo la creatività di una personalità va vista nel suo complesso. Pensi se qualcuno avesse vietato a Garrincha di dribblare perché aveva le gambe una più corta dell’altra, dicendogli che era già un miracolo se poteva giocare a calcio. Oggi non avremmo una delle icone leggendarie del nostro calcio. Pensi se qualcuno avesse imposto a Bocelli di diventare centralinista a causa del suo problema di vista. Oggi non avremmo uno dei cantanti lirici migliori del panorama mondiale. Le diversità, imposte dalla natura o decise a tavolino – spesso sono arricchimento. Di sicuro, fanno aprire anche le menti vicine. Lo sa, vero? 

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