Cinema in orbita

Cinema in orbita

26 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

In occasione dell’uscita di Ad Astra, il nostro approfondimento sul rapporto tra cinema e spazio

di Elisa Torsiello –

Eccolo, immenso, infinito, un oceano nero che si apre dinnanzi a noi: è lo spazio, riflesso oscuro del proprio essere tutto da conoscere, abbagliato da raggi di stelle e abitato da pianeti più o meno sconosciuti. Scoprire questo ambiente è come scoprire la nostra personalità. Siamo convinti di sapere tutto di noi, ma ecco che nella fredda solitudine nuovi indizi si aggiungono a quella mappa del tesoro chiamata vita, e il mistero della nostra esistenza si infittisce, si intrica, gettandoci in una voragine buia e profonda, come lo spazio.

Il cinema, arte visiva capace di parlare della vita mutandola, riscrivendola illusoriamente con la forza dei propri fotogrammi, ama giocare metaforicamente con le immagini, investendo ogni singolo ogggetto in scena, o minimo movimento della cinepresa, di significati altri. Un plurilinguismo, il suo, che nel mondo autoriale ha saputo sfruttare il paesaggio spaziale per svestirlo della componente fantascientifica e arricchirlo di un senso più intimistico e introspettivo.

I suoi protagonisti, soli o come parte di un gruppo destinato a decimarsi, esplorano danzando questo cielo infinito attaccati alla propria navicella come attaccati a un grembo materno. Nel silenzio più assoluto, vedono nascosto in quelò’infinita immensità il proprio io interiore, scendono a patto con loro stessi, con la propria solitudine, tra dubbi, rimorsi e sogni infranti. Nell’apparente sicurezza della propria tuta spaziale riflettono e si rifflettono; sul casco il proprio volto si congiunge perfettamente all’immagine riflessa di quel pianeta Terra da cui hanno avuto modo di scappare per ritrovare incosciamente se stessi. Perfino in un film stralunato come Guida Galattica per Autostoppisti (Garth Jennings, 2005) si nasconde tra gli inframmezzi comici una (ri)scoperta di sé, di cosa voglia dire essere umani e quali siano veramente le nostre vere priorità-

Il viaggio spaziale si fa odissea intimistica e interiore, e non c’era titolo migliore per dar vita al primo caposaldo di questo nuova visione di genere: “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1968). I suoi silenzi, le intelligenze artificiali (HAL 9000) le missioni spaziali come punti di partenza di altre scoperte, sono carta carbone su cui rimodellare decine di altri film, tutti simili, eppure tutti diversi tra loro.

La suggestione visiva di Kubrick straccia la componente dialogica, la fa a pezzetti, surclassata da un impianto sonoro di rara e inquietante bellezza. 45 anni dopo le parole vengono sostituite da silenzi ingombranti e pressanti in “Gravity” (Alfonso Cuaròn, 2013) e da una colonna sonora imponente in “First Man” (Damien Chazelle, 2018). Il computer ribelle, umanizzato e autonomo, capace di intendere e di volere e per questo tramutatosi in pericolo perché in conflitto con se stesso di “2001: Odissea nello spazio” è lo stesso che si ritrova in “Moon”, film di Duncan Jones del 2009 con protagonista Sam Rockwell. La lotta alla sopravvivenza da compiere in solitaria, o come parte di un gruppo è un leitmotiv che lega, stringendoli a sé in un grande abbraccio isotopico, decine di altri film, figli legittimi nati in seno alla matrice kubrickiana: da “Interstellar” di Chrstopher Nolan dove la linearità temporale viene tagliata e ricomposta sotto forma di cerchio, segno dell’infinita ripetizione capace di vincere perfino sulla morte, alla perdita del sé come prerogativa al ritrovarsi e ricongiungersi con un nuovo io alla base del sontuoso film di Andrei Tarkovsky “Solaris” (1972), l’esplorazione di gruppo pronta a tramutarsi in un viaggio di ritorno, dispersi tra sogni sospesi o affiancati dalla morte in agguato sotto forme aliene o di natura ribelle come in “Apollo 13” (Ron Howard, 1995), “Life – Non oltrepassare il limite” (Daniel Espinosa, 2017) o “Sunshine” (Danny Boyle, 2007). Sono tutte tematiche, queste, prese e rimodellate in tutte le loro possibili varianti e pronte a fare il loro ritorno in tutta la loro (apparente) potenza in “Ad Astra”, film di James Gray con protagonista Brad Pitt nelle sale italiane dal prossimo 26 settembre 2019. Nel nero dello spazio i lampi di luce che abbagliano il Maggiore Roy McBride sono flash luminosi di un passato che lo richiama a sé. L’ossessione di ritrovare il padre scomparso, quella figura ingombrante con cui ha dovuto fare i conti per tutta la sua vita, è ora uno scrigno segreto da cui far emergere segreti e verità inconfessabili. Un fardello che pesa sull’anima del protagonista e che solo il viaggio spaziale, come rinascita catartica, potrà allievare.

Percorso interiore accidentato di buchi neri in cui improvvisamente cadere trovandosi soli (come solo è Mark Watney, protagonista del film di Ridley Scott “Sopravvissuto – The Martian”) travolti da sentimenti repressi e ricordi soppressi, lo spazio al cinema si fa doppio schermo del nostro universo interiore. Un microcosmo infinito in cui rimbomba l’eco di un fanciullo perduto nei meandri della nostra anima che grida, ci cerca, ci chiama proprio come la voce di controllo chiamava Major Tom in “Space Oddity” di David Bowie. Prese le proteine, indossato il casco, quelle che illuminano il cammino del Maggiore Tom sono stelle diverse, perché nell’oscurità dello spazio tutto il cambia; il punto di vista muta, le priorità si mescolano, mentre la voce scompare e le domande rimangono senza risposta.