Stadi e violenza: da Torino una speranza per il futuro

di Alessandro Pignatelli –

“Ero andata allo stadio per la prima volta con mio papà. Ci eravamo seduti in un bel posto, il campo e i giocatori erano così vicini. A un certo punto, sono arrivati alcuni ragazzi e ci hanno chiesto di alzarci, di andare via”. Potrebbe essere una delle tante testimonianze dall’Allianz Stadium di Torino, casa della Juventus. Dove fino alla penultima partita interna gli ultras hanno spadroneggiato in curva. Poi è arrivata la Procura a decapitare i gruppi principali della curva sud, quelli che ricattavano e minacciavano la Società, chiedendo biglietti per le trasferte e per le gare in casa, che poi rivendevano a un prezzo maggiorato. Quelli che volevano la Curva tutta per loro e non risparmiavano toni accesi nei confronti di chi sedeva sui seggiolini regolarmente pagati e veniva ‘invitato’ caldamente ad andarsene. Quelli che avevano il buono consumazione al bar pagato dalla Juventus. Che sarebbe successo se i dirigenti dei campioni d’Italia non avessero accettato? Disordini, cori discriminatori: atti decisivi per danneggiare la Società bianconera, per far chiudere la curva o lo stadio stesso. 

Poi sono arrivati gli arresti, come detto. E contro il Verona, per la prima volta, nella curva sud dello Stadium sono comparsi gli steward, prima assenti nell’errata convinzione che così si gestisse meglio l’ordine pubblico. Alla fine, gli ultras in curva ci sono andati lo stesso. Non c’erano striscioni. Lo stadio, super presidiato dalla polizia, ha vissuto un pomeriggio strano. Ma senza incidenti. Non sono mancate le polemiche, naturalmente. Da parte di chi sostiene che in uno stadio gli ultras debbano poter manifestare il tifo in tutte le maniere. Anche con la forza, evidentemente. Che senza i capi – e di conseguenza con i gruppi allo sbando – l’arena sportiva diventi un teatro perché il resto dello stadio non canta. 

Quello che invece non è stato detto da questi stessi tifosi è che era ora che la musica cambiasse. Sì, perché è stata la Juventus stessa a denunciare i capi ultrà e i loro modi spicci. Le intercettazioni hanno fatto il resto. Ma quella bianconera non è di sicuro l’unica a subire ricatti e minacce di ritorsioni da parte dei tifosi. E sarebbe il caso che altri club ora si accodassero nel denunciare. In passato, abbiamo già assistito a ricatti ed estorsioni, a contestazioni che come unico pretesto avevano la destabilizzazione dei vertici societari. È stato a lungo nel mirino della Curva Nord il numero uno della Lazio, Claudio Lotito. Che rivendica il ruolo di primo presidente ad aver tirato dritto. Abbiamo visto immagini in cui Matteo Salvini – da tifoso del Milan e non da politico – chiacchierava con un pregiudicato, capo della curva rossonera. Non è neanche una sorpresa scoprire che quasi tutte le curve sono politicizzate e che a volte è questo a farle litigare più che il colore della maglia. Anche perché si scatenato faide interne alle stesse tifoserie. Per accaparrarsi i posti migliori, perché un gruppo è di destra e uno è di sinistra. E così via. 

Non è però esatto parlare di stadio come mondo a sé stante. No. Non può e non deve essere una giungla in cui si possono compiere reati impunemente. La legalità deve regnare anche qui. A proposito dell’inchiesta torinese, il questore di Torino Giuseppe De Matteis ha lanciato un messaggio a tutti: “Questa è un’inchiesta replicabile con successo sul territorio nazionale”. Per trasformare gli stadi non in teatri, ma in luoghi in cui si possa andare a fare il tifo per la propria squadra, senza incidenti e senza prepotenze. È impossibile? L’idea di fondo è riportarci le famiglie. I bambini. In Italia, da questo punto di vista, siamo troppo indietro. Tra razzismo – ancora nelle orecchie dopo l’ultima domenica i ‘buuu’ al giocatore nero della Fiorentina, Dalbert, da parte dei tifosi dell’Atalanta – estremismo e frange degli ultras in continua sovrapposizione e pronte sempre allo scontro. 

No, non possiamo proprio definire lo stadio come un luogo sicuro e gioioso. Pure se il calcio è uno sport e dovrebbe essere per l’appunto felicità. Ci sono troppi interessi dietro. Aggiungiamoci che gli stadi italiani non sono infrastrutture all’avanguardia e il quadro sarà completo. Ci lamentiamo quasi tutti gli anni di fuga dallo stadio e diamo la colpa alla televisione che ormai trasmette in diretta tutte le partite, favorendo i tifosi da poltrona a quelli da seggiolino. Intendiamoci, una parte di colpa ce l’ha anche il mezzo televisivo, ma è chiaro che di fronte alla scomodità e alla paura, chi non deciderebbe di vedersi la partita a casa piuttosto che in un luogo dove non sai mai se qualcuno tirerà fuori un coltello?

Se cominciamo a ristabilire la legalità, se sistemiamo gli stadi più vecchi, forse non raggiungeremo comunque la percentuale di riempimento vicina al 100 per cento del campionato tedesco, ma ci avvicineremo. E diventeremo più competitivi, cosa che oggi manca alle squadre italiane nei confronti con quelle spagnole, inglesi o tedesche. Abbiamo sprecato una grande occasione nel 1990, all’epoca dei Mondiali, per rifare da capo i più vetusti impianti della penisola. Sono state costruite cattedrali nel deserto (vedi Bari, ma vedi pure il demolito Delle Alpi di Torino), la criminalità l’ha fatta da padrona sugli appalti. Risultato: ci siamo ritrovati al punto di partenza. Mentre gli altri, organizzando grandi eventi, incassavano soldi che venivano poi utilizzati per migliorare le infrastrutture. 

Da noi, quasi 30 anni dopo, a Milano si discute ancora se è meglio ristrutturare San Siro o fare lo stadio nuovo; a Roma, i giallorossi sono alle prese pure loro con la grana nuovo impianto. La burocrazia ci mette del suo. Un tifoso comodo è anche meno arrabbiato, questo andrebbe ricordato. Proprio la Juventus da questo punto di vista è scattata anni luce avanti alle altre costruendo il suo stadio di proprietà. Ma la vicenda degli arresti dimostra che non basta. Che anche in casa dei campioni d’Italia ci sono diverse erbacce da estirpare. Che anche questa volta la Società di Andrea Agnelli abbia fatto da apripista? Non resta che augurarselo. Benché, a nove anni di distanza dalla nascita dello Juventus (ora Allianz) Stadium, abbiamo visto sorgere solo pochissimi nuovi impianti. La situazione resta lastricata di problemi. 

Tornando all’inchiesta della Procura di Torino, non si può non segnalare come i capi ultrà arrestati fossero già noti alle forze dell’ordine (in particolare uno di loro, già in carcere negli anni Novanta per l’omicidio di un carabiniere). Questo la dice lunga su tutti i club e le autorità coinvolte: i nomi si sanno, i curricula di questi capi popolo pure. Che lo stadio venga utilizzato come pretesto per inserirci pure traffico di droga e propaganda politica non è un mistero. Manca una cosa soltanto: le denunce. E qui tocca ai club collaborare con le forze dell’ordine, senza paura dei ricatti e delle ritorsioni successive. Senza pensare quello che invece molti tifosi da curva della Juventus hanno pensato dopo gli arresti: “Hanno rovinato il clima allo stadio. Non sarà più lo stesso”. L’ultima parte della frase è quella giusta: lo stadio non deve essere più lo stesso. Troppe volte abbiamo pianto lacrime di coccodrillo per morti ammazzati durante, prima o dopo una partita di calcio. Ora, fateci una cortesia: ridate al pallone il suo ruolo centrale, lasciatelo rimbalzare felice da una parte all’altra del campo davanti agli occhi sognanti di un bambino, che un giorno spera di essere come il suo idolo. Lasciate spazio ai campioni, agli autografi, ai palloni buttati in curva per festeggiare una vittoria. 

Tutti coloro che amano il calcio vogliono questo. Non altro. Vogliono che lo stadio non sia più terreno di scontro e di prepotenza, ma luogo in cui divertirsi, soffrire, gioire, piangere per la propria squadra. Non per un amico perso. Non per un figlio shockato da ciò che ha visto. Quella bambina con papà deve potersi sedere nel posto che ha pagato. E deve poter godersi lo spettacolo. Senza qualcuno che le ordini quando stare zitta e quando esultare. 

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