La merce “ingannevole” della telecronaca sportiva

La merce “ingannevole” della telecronaca sportiva

26 Settembre 2019 0 Di il Cosmo

di Giorgio Simonelli –

C’erano una volta gli urlatori. Erano dei cantanti – tra cui la Mina degli esordi, quella di Tintarella di luna – che nei primi anni Sessanta avevano cambiato il modo di interpretare le canzonette, abbandonando la vecchia tradizione melodica italiana. Per questo non piacevano a una parte del pubblico e della critica che li aveva battezzati “urlatori” in senso spregiativo. Ora che le canzoni non si urlano più e forse nemmeno si cantano, gli urlatori si sono rifugiati tra i telecronisti sportivi.
Ogni gol, ogni volée, ogni sorpasso sono un buon motivo per gridare al miracolo, all’impresa eccezionale.

Lo scorso anno in questi stessi giorni iniziali della Champions si scatenò un’accesa polemica perché i due telecronisti di Sky che commentavano Inter-Tottenham urlarono come matti quando l’Inter, sotto di un gol a San Siro fino a pochi minuti dalla fine, prima pareggiò poi nel recupero segnò il gol del 2 a 1. Si tornò a discutere del ruolo del telecronista, dell’atteggiamento più consono, della legittimità del tifo per le squadre e gli atleti italiani nelle competizioni internazionali.

Ma, come spesso succede, la polemica prese la strada sbagliata. Infatti, è fuori discussione che un telecronista tifi, anche nell’esercizio delle sue funzioni, per i rappresentanti dell’Italia (e lo dice uno che non fa mistero di gufare spesso contro quelle squadre che gli sono un po’ antipatiche anche quando incontrano avversari stranieri). Così come è abbastanza inutile rimpiangere il tono compassato dei telecronisti del buon tempo andato, la semplicità dell’iterazione martelliniana “campioni del mondo! campioni del mondo” o il celebre “tutto molto bello!” del grande Bruno Pizzul. Né mi pare interessante mettersi a misurare i decibel prodotti dalle varie esclamazioni o discutere le formule retoriche utilizzate per manifestare il proprio entusiasmo tra le quali oggi prevale – chissà perché – una sciocca interrogativa retorica: ma cosa ha fatto? cosa ha fatto il tale o il talaltro? Il problema – come si suol dire – è un altro.

Il problema sta nel fatto che oggi la diretta di un avvenimento sportivo è una merce, si compra a caro prezzo e si deve vendere nel miglior e dei modi. Per cui chi la propone non si può limitare a commentarla, deve promuoverla, celebrarla, esaltarla. Ma questo non può giustificare tutte le scelte dell’intervento promozionale. Soprattutto non si può esimere il telecronista dal graduare le manifestazioni del suo entusiasmo in base al valore del contesto.

Mi spiego: se una squadra italiana rimonta e vince negli ultimi secondi la finale di Champions, be’ sarà normale mettersi a gridare come matti, ma se la cosa accade in una partita del girone preliminare, forse è fuori luogo. Se un pilota della Ferrari è in testa all’ultimo giro di un gran premio e sta per vincere il campionato mondiale, si può strepitare per tutto il tempo che manca al traguardo; ma se la cosa accade, come mi è capitato di sentire lo scorso weekeend, per la semplice conquista di una pole in un mondiale tra l’altro già vinto dagli avversari, allora siamo fuori strada.

Non c’è più equilibrio tra l’entusiasmo manifestato e il valore dell’impresa che è sempre in rapporto con il tipo di gara, con il contesto agonistico. Altrimenti si rischia di spacciare per una finale del mondiale di calcio o per una gara olimpica una partita di allenamento, di confondere il primo e non decisivo passo in avanti in un torneo con la vittoria finale. E questo per chi ha responsabilità informative è un peccato molto grave.

Va bene che, come si diceva, lo sport in tv è un prodotto commerciale e come tale va valorizzato, promosso, pubblicizzato ma è bene ricordarsi che anche la pubblicità non può mai essere ingannevole.