Eutanasia: quella sentenza che predilige l’autodeterminazione

Eutanasia: quella sentenza che predilige l’autodeterminazione

3 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Sì al suicidio assistito, seppure con alcune condizioni. La Consulta ha fatto il lavoro del Parlamento, rispondendo a un ‘vuoto legislativo’ che, però, come era prevedibile, ha diviso l’Italia. Questo il comunicato per esteso da parte della Consulta: “La Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. 

Un anno fa, sempre la Corte, con l’ordinanza 207 aveva di fatto chiesto al Parlamento di modificare la legge. Cosa che non è avvenuta. Al momento, infatti, in Italia è punibile non solo chi istiga, ma anche di collabora al suicidio di una persona, in qualunque stato si trovi. La Consulta, visto l’immobilismo dei politici del nostro Paese, ha fatto da sola. Sì al fine vita, insomma, ma con diversi paletti: consenso informato, cure palliative, sedazione profonda continua. E ancora: “verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”.

La prima reazione, contraria e assolutamente attesa, è arrivata dalla Conferenza episcopale italiana, la Cei. I vescovi hanno chiesto ai medici di farsi obiettori di coscienza davanti alla richiesta di un malato terminale di porre fine alla sua esistenza. “Si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibilità volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”.

Le parole di Papa Francesco come guida per la Chiesa e per i cattolici: “I Vescovi italiani si ritrovano unanimi nel rilanciare queste parole di Papa Francesco. In questa luce, esprimono il loro sconcerto e la loro distanza da quanto comunicato dalla Corte Costituzionale. La preoccupazione maggiore è relativa soprattutto alla spinta culturale implicita che può derivarne per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità. I Vescovi confermano e rilanciano l’impegno di prossimità e di accompagnamento della Chiesa nei confronti di tutti i malati. Si attendono che il passaggio parlamentare riconosca nel massimo grado possibile tali valori, anche tutelando gli operatori sanitaria con la libertà di scelta”.

Una sentenza che divide, quella riferita a dj Fabo ed emessa dalla Consulta. Anche i politici stessi. Con il premier Giuseppe Conte che ha fatto sapere come il suicidio assistito sia materia per il Parlamento. E solo per il Parlamento. Di tutt’altro avviso è Marco Cappato, tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni, che peraltro aveva dato inizio al procedimento. Cappato aveva materialmente accompagnato, a febbraio 2017, Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale, in una clinica svizzera dove viene erogato il suicidio. Tornato in Italia, poi, Cappato si era autodenunciato ai Carabinieri creando il caso mediatico e giuridico. Ora dice: “Siamo tutti più liberi”. Liberi di dire basta se siamo convinti di non farcela più a sopravvivere in determinate condizioni. Giusto, sbagliato? Chi crede in Dio, probabilmente, pensa che darsi la morte sia un peccato ‘mortale’. Che la speranza di un miracolo possa esserci sempre. Che, in ogni caso, bisogno affidarsi a ciò che ha in serbo per noi il Creatore. D’altro canto, sempre chi crede, in determinati momenti di grande sofferenza, si pone la domanda che lo stesso Gesù Cristo si fece sulla croce: Dio, perché mi hai abbandonato? Materia difficile, insomma, destinata a creare dibattito sempre. Quelli che non credono, forse vedono la cosa in maniera più semplice: perché devo continuare a soffrire così?

Alberto Gambino, prorettore dell’Università Europea di Roma e presidente di Scienza&Vita, critica la Corte: “Ha ceduto a una visione utilitaristica della vita umana, ribaltando l’articolo 2 della nostra Carta, che mette al cento la persona umana e non la sua mera volontà”. Pure dal sistema sanitario arrivano domande che al momento ognuno si pone dentro di sé. Filippo Anelli, presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri), dice: “Quello che chiediamo ora al legislatore è che chi dovesse essere chiamato ad avviare formalmente la procedura del suicidio assistito, essendone responsabile, sia un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico. Prevedo che ci sarà una forte resistenza da parte del mondo medico”.

La senatrice di Forza Italia, Paola Binetti, aggiunge: “In Italia oggi è possibile uccidere una persona e anche se tale normale della Corte costituzionale fa riferimento alla consapevolezza del paziente, noi abbiamo davanti agli occhi quello che succede nei Paesi che hanno aperto all’eutanasia, per cui possiamo prevedere che questa stessa norma verrà aggirata. Il rischio è che una narrazione molto giocata sui casi pietosi, che meritano tutta la nostra sensibilità, diventerà una prassi che servirà a inaugurare un’epoca in cui sarà possibile aggirare i criteri dettati dalla Corte”. E ancora: “Quando si parla di malati inguaribili, si può far riferimento a tante malattie diverse, per esempio a pazienti con malattie degenerative, a situazioni in cui il dolore viene percepito come insopportabile. Insomma, diventerà molto più facile l’accesso al suicidio”.

Binetti, che è anche medico e docente universitario, chiude: “Si tratta di una brutta pagina. Non a caso oggi, prima che uscisse la sentenza, l’ordine dei medici aveva chiesto che non ricadesse sui medici la responsabilità del fine vita. Perché i medici considerano la morte un rivale da battere, non un alleato. Si stravolge così completamente il senso profondo dell’agire medico. In termini di servizio sanitario nazionale, questo vorrà dire letti, risorse economiche, stravolgimento della formazione dei medici. Vedremo che nei livelli essenziali di assistenza, ci sarà la possibilità di prevedere il suicidio, magari basterà mettere una crocetta”. 

Beppe Englaro, papà di Eluana, donna che dopo un incidente stradale ha vissuto per 17 anni in stato vegetativo e che è deceduta per cause naturali in seguito alla fine della nutrizione artificiale, spiega: “Il diritto all’autodeterminazione è fondamentale: era giusto, anche logico, arrivare a questa sentenza. Ora i due rami del Parlamento facciano la loro parte e diano risposte su suicidio assistito ed eutanasia”. Englaro, dalle pagine di Bergamonews, ringrazia Marco Cappato: “Un pioniere. Nelle condizioni in cui si trovava, dj Fabo veniva discriminato: da solo non riusciva a realizzare la propria volontà, aveva bisogno di aiuto ed è giusto, oltre che logico, che questo aiuto non fosse sanzionabile, sempre nei presupposti evidenziati dalla Corte costituzionale”. 

Su sua figlia Eluana, ammette: “Prima dell’incidente, si era espressa più volte nello specifico della situazione in cui si sarebbe venuta a trovare e noi le abbiamo dato voce in modo che venisse rispettata nei suoi convincimenti etici, filosofici e culturali. Era la sua autodeterminazione e non poteva venire discriminata per questa sua condizione perché la Costituzione italiana non lascia discriminare le persone per le loro condizioni. Attraverso la vicenda del suo amico Alessandro, un anno prima dell’incidente aveva percepito fino a che punto avesse potuto spingere la rianimazione e quali sbocchi avesse e lei riteneva questa situazione peggiore della morte. Aveva un concetto della libertà e della dignità molto ben definito sin dalla più tenera età. Avrebbe risposto con un semplice ‘no, grazie’ all’offerta terapeutica, ma la società non era disposta ad accettare la sua scelta”.