Yesterday: dimenticati tutto, ma non i Beatles

Yesterday: dimenticati tutto, ma non i Beatles

3 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

La nostra recensione del nuovo film di Danny Boyle al cinema dal 26 settembre

di Elisa Torsiello –

“Siamo più popolari di Gesù. Non so cosa scomparirà prima: il rock’n’roll o il cristianesimo”. A lanciare questa provocazione fu John Lennon sulle pagine del London Evening Standard nel 1966 all’apice della Beatlemania. Non possiamo sapere se effettivamente i Beatles fossero più famosi di Gesù, ciò che è certo è che la portata rivoluzionaria della loro l’eredità musicale li ha resi nel tempo una delle band più celebri e importanti nel panorama pop-rock mondiale. Un successo senza tempo, il loro, senza il quale gruppi come gli Oasis, i Coldplay, o gli stessi Kinks non sarebbero mai esistiti. Ma cosa succederebbe se quella band, più popolare di Gesù, non avesse mai fatto capolino nell’industria musicale? O ancora peggio, se tutti quegli ammiratori che nel corso dei decenni hanno mantenuto vivo il ricordo e la grandezza della loro musica, si dimenticassero di colpo di loro?

È su questo paradossale interrogativo che Richard Curtis, già sceneggiatore di “Notthing Hill” e “I love radio rock”, lascia correre la propria immaginazione per dare vita a Yesterday. A tradurre le parole di Curtis in immagini in movimento, infondendo lo spettro di una realtà possibile soltanto rendendola visibile, è Danny Boyle. Il regista lascia dunque da parte tematiche introspettive e a volte scomode come droga (“Trainspotting”), o lotta per la sopravvivenza in ambienti post-apocalittici (“Sunshine”, “28 giorni dopo”) per abbracciare il suo lato più spensierato e giovanile sulle note dei Fab Four. 

(from left) Jack Malik (Himesh Patel) and Ellie (Lily James) in “Yesterday,” directed by Danny Boyle.

Boyle e Curtis affidano la loro vena sognatrice e rockettara a Jack Malik (Himesh Patel), musicista di scarso successo ignorato da pubblico e case discografiche, ma non da Ellie (Lily James), manager, amica e forse qualcosa di più. Dopo l’ennesimo insuccesso, il ragazzo decide di abbandonare la carriera musicale buttandosi sul lavoro da insegnante quando il destino gli gioca uno scherzetto beffardo: colpito da un autobus durante un blackout di portata mondiale, il ragazzo scopre che mentre a lui è toccato perdere due denti, il mondo ha perso invece ogni ricordo dei Beatles. Solo, investito di questo bagaglio mnemonico di estremo prestigio, Jack capisce che l’unico modo per sfondare è farlo attraverso la penna di Paul McCartney e John Lennon.  

Nell’universo di “Yesterday” i sentimenti, la purezza delle emozioni e l’amore – quello vero – tenuto taciuto per paura di un rifiuto, costruiscono una struttura solida su cui fondare lo svolgimento di un film ben riuscito, sebbene sfilacciato e non completamente sfruttato nel suo epilogo. Il legame che unisce Jack a Ellie è fatto della stessa sostanza di cui sono fatte le atmosfere infuse nei primi album dei Beatles. Il risultato che ne consegue è un film molto alla Curtis, piuttosto che alla Danny Boyle, ma che il pubblico non potrà che amare, lasciandosi trascinare dalla musica che lo ha accompagnato nel corso della propria vita, tra primi amori, agli anni ribelli dell’adolescenza, fino alla maturità di quella adulta.  Eppure vive e si muove lungo uno strato sottoepidermico, una potenzialità del racconto non completamente sfruttata. Il fatal flow del protagonista, l’amnesia globale, lo sfruttamento di un catalogo di emozioni tradotte in canzoni come quelle dei Beatles se da una parte hanno dato vita a un inizio e uno svolgimento assolutamente riuscito, dall’altra non trovano un loro dovuto compimento. A donare bellezza a un film idealista e mai banale come “Yesterday” nei suoi passaggi conclusivi è un incontro commovente e di cui poco vi possiamo dire per non cadere nel pericolo “spoiler”: si tratta dell’emblema perfetto del “cosa sarebbe successo se” capace di far sospirare il proprio pubblico mentre i brividi iniziano a ricoprirgli il corpo.

Ma il vero punto di forza di Yesterday, al di là di interpretazioni misurate e mai sovraccaricate (deliziosa Lily James, ottimo Himesh Patel) e una regia dinamica, che balla con i suoi protagonisti sulle note di “I want to hold your hand” e “Obladi-Oblada”, è la colonna sonora. Un susseguirsi di ricordi, di giornate passate in camera con le cuffie all’orecchio e la musica di Paul, John, Ringo e George in sottofondo, dalla portata malinconica capace di trasportarci indietro nel tempo e che ora, grazie al film di Danny Boyle, faranno conoscere la carriera dei Fab Four anche a chi, per questioni anagrafiche e non dovute a un’amnesia generale, queste canzoni erano all’oscuro della loro esistenza. I bambini che usciti dalla sala con fare gioioso si rivolgono ai propri genitori affermando quanto belle siano state le canzone appena sentite sullo schermo, sono la vera riprova che sì, forse un mondo senza i Beatles sarebbe veramente un mondo più triste.