Crocifisso addio, ora la crociata si combatte in aula

Crocifisso addio, ora la crociata si combatte in aula

10 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Ogni tanto un ministro dell’Istruzione si sveglia e dice che i crocifissi vanno tolti dalle aule. E ora tocca a Lorenzo Fioramonti, lo stesso che voleva accanirsi sui più giovani con la tassa sulle merendine. E che ora dice: “Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esponendo un simbolo in particolare”. Nell’idea del ministro bisognerebbe togliere anche l’immagine del presidente della Repubblica. 

La storia recente, come accennato, è piena di dichiarazioni di questo tipo e di vere e proprie guerre di …religione. Una ventina di anni fa Adel Smith, presudente dell’Unione musulmano d’Italia, ne fece una vera e propria crociata, a braccetto con il giudice Luigi Tosti. Ma nel 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenza definitiva, disse che il crocifisso nelle aule poteva restare. Evidentemente, però, ogni tanto qualcuno deve rispolverare la polemica e cavalcare il personale cavallo di battaglia. 

A proposito, al posto del ‘desueto’ crocifisso, sempre per Fioramonti, sarebbe molto più istruttivo appendere alla parete “una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione”. No, in generale, ai simboli religiosi messi uno vicino all’altro in classe: “Eviterei l’accozzaglia. Diventa altrimenti un mercato”. Naturalmente, le parole del ministro hanno scatenato il dibattito e diviso. In tanti sostengono che essendo l’Italia un Paese laico, bene si farebbe a togliere il crocifisso. Altrettanti sono contrari, ma con diverse tesi: c’è chi dice che non bisogna piegarsi alle altre culture e religioni, “Sennò si rischia davvero l’invasione”, c’è chi afferma che Gesù Cristo in croce c’è sempre stato e che non sono certo gli alunni di altre religioni a esserne infastiditi (al massimo i genitori o qualche docente). 

Foto Vincenzo Livieri – LaPresse 19-09-2019 – Roma Politica Lorenzo Fioramonti ospite a Porta a porta. Nella foto Lorenzo Fioramonti Photo Vincenzo Livieri – LaPresse 19-09-2019 Rome Politics Lorenzo Fioramonti attends Porta a porta tv talk show. In the picture Lorenzo Fioramonti

La Chiesa non può ovviamente restare estranea all’argomento. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale e voce della Chiesa italiana, dice: “Togliere il crocifisso dalle aule delle nostre scuole darebbe solo manforte a Salvini. L’ex ministro degli Interni, partendo da qui, farebbe una battaglia contro il governo che, oltre ad aumentare la tasse, lede anche la sensibilità di buona parte degli italiani”. Monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, non la mette invece in politica, com’è giusto che sia per un esponente ecclesiastico: “Spiace che si ritorni, con una certa periodicità, su questo tema cui peraltro hanno già risposto con due pronunciamenti del Consiglio di Stato, una sentenza della Corte Costituzionale e una della Grand Chambre della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. E sono proprio questi pronunciamenti a dare una lettura positiva e non ristrettiva della laicità: il Crocifisso non è un simbolo discriminatorio, ma richiama valori civilmente rilevanti. Come non pensare alla nostra cultura che è intrisa di Cristianesimo e anche di ciò che ne è scaturito in termini di accoglienza e di integrazione? Il Crocifisso nelle aule scolastiche ha, dunque, una funzione simbolica, altamente educativa, a prescindere dalla religione professata da docenti e alunni”.

Dalla politica arrivano pure critiche alla proposta lanciata da Fioramonti. A cominciare da Luigi Di Maio, collega pure di partito del ministro dell’Istruzione oltre che di governo: “Io sono cattolico ma sono contento di vivere in uno stato laico. Non credo che il crocifisso sia il problema della scuola. A volte mancano i banchi, crolla il soffitto, ci sono problemi di infiltrazioni, la scuola ha bisogno di adeguamenti antisismici e antincendio: questi sono i problemi della scuola, non il crocifisso. Andiamo avanti sulle cose concrete e non alimentiamo dibattiti su temi che non sono peraltro nell’ordine del giorno del governo”.

Altolà bipartisan, viene da dire. Da centrodestra, infatti, la pensano grosso modo come Di Maio. Maria Stella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia ed ex ministro dell’Istruzione, spiega: “Il crocifisso non è un elemento di arredo, ma la testimonianza delle radici del nostro Paese. La sua presenza sulle pareti delle aule scolastiche, contrariamente a quel che pensa il ministro Fioramonti, non impedisce di esprimersi agli studenti di altre culture e religioni, ma sta lì a ricordare che la laicità che il ministro liberamente rivendica è conseguenza diretta proprio delle radice cristiane dell’Italia e dell’Europa”. Ironizzando, poi, ha chiuso: “Mi auguro che il ministro, nella sua smania di tassare, non proponga di introdurre un balzello a carico di qualche professore con un crocifisso al collo o di giustificare uno sciopero contro i dirigenti scolastici che hanno mantenuto il simbolo della cristianità all’interno degli istituti”.

Fratelli d’Italia è sulle stesse posizioni. La deputata Paola Frassinetti, vice presidente della Commissione Cultura della Camera, precisa: “Pur rispettando tutte le regioni, qui siamo in Italia ed è giusto che nelle aule ci sia il Crocifisso. I fedeli di altre religioni devono per prima cosa rispettare i simboli della nostra fede, altrimenti, se sono infastiditi, nessuno li obbliga a rimanere qua”. Matteo Salvini aggiunge: “Prima l’idea di tassare le merendine e le bibite, adesso l’idea di togliere i crocifissi dalle aule: ma questo è un ministro o un comico?”. Se la prende anche con Pennisi, il leader leghista: “Ma come, signor vescovo, con tutto il rispetto: un ministro della Pubblica istruzione che dice di togliere i crocifissi dalle scuole sbaglia non perché è un errore culturale, perché è un atto di arroganza e ignoranza; lo attacca perché sarebbe fare un favore a Salvini. Ringrazio le tante suore, i tanti preti che mi hanno detto vai avanti, non mollare. Ma ti pare che debba essere io a difendere la fede, i valori? Io sono un peccatore”.

Infine, è ‘contro’ pure il dem Beppe Fioroni: “So bene la fatica che si affronta a inizio anno scolastico in Viale Trastevere. Il ministro, di questi tempi, è sotto pressione: vive, se posso usare questo termine, un piccolo calvario. L’elenco delle urgenze sarebbe troppo lungo. Ci sono ragazzi disabili che non trovano accoglienza, altro che inclusione sociale e investimento sulla cultura. Basterebbe questo a farci riflettere sullo stato della nostra scuola. Il crocefisso nelle aule? Mi sembra opportuno ricordare che duemila anni di storia costituiscono un ‘patrimonio indisponibile’ dell’Italia in quanto tale”.

Chiudiamo andando a vedere come funziona nelle scuole degli altri Paesi. La presenza di simboli religiosi nelle aule scolastiche è espressamente vietata in Francia dopo la legge del 9 dicembre 1905, in Macedonia e in Georgia. È espressamente prevista, così come da noi, solamente in Polonia e in Austria (legge del 1949, se almeno metà degli studenti della classe sono cristiani). In alcuni Lander della Germania e in alcuni Comuni svizzeri pure è prevista. In Spagna, Grecia, Irlanda, Malta, San Marino e Romania la questione non è regolamentata, dunque è possibile trovare i simboli religiosi in alcune classi e scuole. 

Tuttavia alle norme, si sono contrapposte e sovrapposte negli anni le leggi e le sentenze dei tribunali. In Germania, pur essendo prevista la presenza del crocifisso, i genitori possono chiederne la rimozione se lo ritengono giusto o chiedere una soluzione di compromesso. In Polonia, dopo una sentenza della Corte Costituzionale, in realtà l’esposizione è facoltativa. In Svizzera, infine, vengono considerate illegittime le norme che sanciscono l’obbligo di esporre il crocifisso. In Spagna, è sufficiente la richiesta da parte dei genitori di un alunno per arrivare alla rimozione del simbolo religioso dall’aula. L’Italia appare dunque avere una posizione unica, da questo punto di vista, in Europa. È anche la nazione maggiormente ‘esposta’, se così vogliamo dire, ospitando di fatto il Vaticano e il Papa.