Iraq in fiamme: non si ferma la protesta contro l’esecutivo al-Mahdi

di Martina Cera –

Fino alla settimana scorsa fa la comunità internazionale auspicava che quelli mostrati dall’Iraq di Adel Abdul-Mahdi e di Barhim Salih fossero molto più di blandi segnali di ripresa. 

L’agenda presentata dall’esecutivo di Abdul-Mahdi il 24 giugno 2019, dopo una negoziazione complessa, era particolarmente ambiziosa: prevedeva una riforma fiscale volta a rimettere in sesto un’economia per lungo tempo stagnante o in calo e la ricerca di un equilibrio politico, sociale e di sicurezza interna, condizioni essenziali per permettere al paese di voltare pagina dopo 15 anni di conflitti e violenza. Proprio da questo punto di vista il nuovo Governo puntava alla ricostruzione in tempi relativamente brevi delle aree distrutte dai bombardamenti sui centri di potere del sedicente Stato Islamico e sul ritorno delle migliaia di sfollati, condizione essenziale per avviare il processo di riconciliazione nazionale. 

Proprio le politiche del governo al-Mahdi, tuttavia, sono state la miccia che ha innescato la protesta che dal primo di Ottobre ha portato alla morte di un centinaio di persone e al ferimento di almeno quattromila. Se da un lato le manifestazioni di piazza sono un momento di chiara rottura tra le aspettative sulla ricostruzione e i problemi endemici del Paese, dall’altro hanno mostrato al mondo che la strada per la ripresa, in Iraq, è tutt’altro che in discesa. 

La mattina di martedì 1° ottobre alcuni manifestanti si sono riuniti a piazza Tahrir, nel centro di Baghdad, per rivendicare i propri diritti sociali, garantiti dalla Costituzione irachena. La protesta, partita da un coordinamento sui social media, si è fin da subito diffusa in altre città tra cui Nassiriyah e Diwanyah. 

Se ad attirare gli iracheni in piazza sono i macro-temi che da anni flagellano l’Iraq post-Saddam le cause scatenanti della protesta sono sostanzialmente due, entrambe strettamente legate alle decisioni prese dall’attuale esecutivo. La prima è stata la scelta di trasferire il Generale Abdul Wahab al-Saadi, capo della Forza militare antiterrorismo, in un ruolo amministrativo presso il Ministero della Difesa. Il provvedimento nei confronti di Al-Saadi, molto popolare a causa del suo ruolo cruciale nella liberazione di molte città irachene dal Daesh, è stato visto dagli iracheni come l’ennesima dimostrazione della corruzione e del settarismo delle istituzioni. La seconda ragione è stata la reazione violenta scatenata nei giorni scorsi a Baghdad contro alcuni universitari che manifestavano per denunciare i livelli altissimi di disoccupazione.

Parallelamente al montare delle proteste si è registrata la brutale repressione delle forze di sicurezza: gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, proiettili di gomma e poi raffiche ad altezza d’uomo. Solo nel primo giorno ci sono state 4 vittime fra i manifestanti e oltre 200 feriti, mente 540 persone sono state fermate. 

Il Governo, nel frattempo, decideva per il blocco dei social media nel tentativo di limitare i contatti fra gli organizzatori delle proteste e la società civile. Si può dire che questo tipo di decisione, negli scorsi mesi, non abbia fatto altro che peggiorare la situazione laddove i cittadini sono scesi in piazza in risposta alle politiche repressive messe in atto, ad esempio, dal regime di Omar al-Bashir in Sudan o dal Governo indiano nel Jammu e Kashmir. Da un lato le forze di polizia agiscono in maniera più brutale, consapevoli del muro che impedisce ai manifestanti di comunicare con l’esterno, dall’altro una misura del genere non fa altro che attirare lo sdegno della società civile, provocando una risonanza ancora maggiore nel resto del mondo. Il movimento #BlueForSudan non avrebbe avuto un ruolo così centrale nel portare alla luce gli abusi della dittatura di al-Bashir se, fra chi fruiva di quei contenuti o ne produceva di altri per alimentare la discussione sul tema, non fosse stata chiarissima la percezione di poter restituire la voce a chi era stata tolta. 

Due giorni dopo l’inizio delle proteste il Primo Ministro ha tenuto un discorso alla televisione nazionale per invitare alla calma i manifestanti dicendo di essere pronto a venire incontro alle loro richieste, pur non avendo «la bacchetta magica» per risolvere tutti i problemi del Paese. Di tutt’altro tono, invece, è stata la dichiarazione di Ali al-Sistani, la più importante figura religiosa nel Paese: l’ayatollah ha detto di appoggiare la causa dei manifestanti e ha accusato il Governo di aver represso nel sangue una protesta che era iniziata come pacifica, questo mentre dai banchi dell’opposizione Moqtada Sadr, leder sciita del Movimento Sadrista, chiedeva le dimissioni del Governo e nuove elezioni. 

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