L’India a modo mio

L’India a modo mio

10 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Federica Pirola –

Ghandi diceva: “Voi occidentali avete l’ora, ma non avete mai il tempo.” e forse un po’ di ragione ce l’aveva. Le sue parole non le sento più così lontane dopo aver trascorso un mese nella sua terra, l’India, dopo aver parlato con le persone del posto e aver conosciuto un po’ della loro cultura. Ho trascorso un mese nel Bengala Occidentale  e, dopo essere stata circondata da verdi risaie e dagli sguardi profondi di piccole bambine, è stato difficile reinserirmi nel vortice occidentale della grande città. 

L’india ha sempre conservato dentro di sè un certo fascino, immortalato dalle celebri foto di Steve Mc Curry e scritto nelle pagine di libri. Si è creato così una sorta di “sogno orientale”, così come negli anni ‘20 c’era il “sogno americano”. Un mito, qualcosa di così lontano da non rientrare nell’agenda setting dei nostri tg e poco più nell’inchiostro dei nostri giornali. 

Sembravano davvero frutti di un sogno i tramonti che ho visto e i profumi che ho annusato, ma niente era più concreto di bambini per strada anzichè a scuola, di mucche in mezzo al traffico anzichè nei campi, ma soprattuto di villaggi in cui ci vorranno generazioni prima che cambi un certo tipo di mentalità. 

Sì, perchè nei villaggi del nord ovest, le donne diventano madri troppo presto e non si immaginano che la fuori ci sia una vita diversa, delle possibilità nuove anche per loro ( studiare, per esempio) . Una suora del posto dedicava il suo tempo proprio a loro, mostrando alternative e orizzonti nuovi a quella gente dagli occhi curiosi. Spendere le proprie giornate per gli altri sembra qualcosa che non ci riguarda, ma in realtà coinvolge tutti, anche te, che stai leggendo questo articolo. Ognuno può contribuire alla felicità degli altri, con un sorriso o con un piccolo gesto. Non è impossibile. Vorrei che questo spirito di solidarietà si respirasse non solo all’interno di associazioni di volontariato, ma anche nelle vite quotidiane. Invece, sempre più spesso, la gente è diffidente, in ansia, di fretta e senza tempo. Ci vogliono questi viaggi dall’altra parte del mondo per capire che forse la vita non è solo questo e che niente vada dato per scontato. 

Viaggi come questi fanno capire che cosa significhi essere uno straniero ( non un semplice turista), per esempio. Dove ero io infatti non era un posto di villeggiatura, nessuno aveva la pelle come me, per capirci. Così sentivo tutti gli occhi puntati addosso, con aria curiosa però, non con malizia. La gente chiedeva di scattare selfie insieme, si meravigliava che la mia amica avesse gli occhi azzurri. Non ci si fa caso a certe cose, “l’essenziale è invisibile agli occhi” diceva qualcuno. 

Piano piano, un po’ delle certezze che avevo si sono sgretolate. Questioni anche semplici, come quella del cibo. In Europa, noi italiani ci laviamo la bocca dicendo che la nostra cucina è la migliore che ci sia. Per noi, è ovvio che la pasta alla carbonara, magari cucinata a Roma, sia buonissima – mica c’è da parlarne. E invece si che c’è da discuterne: per alcune indiane che sono venute in Italia, la nostra amatriciana non è abbastanza saporita e necessita di un pizzico di peperoncino. Dopo uno stordimento iniziale, mi sono meravigliata nel riconoscere quanto non si trattasse di ignoranza, ma semplicemente di una visione culturale diversa dalla mia, ma degna comunque di rispetto. Non c’era neanche il bisogno di dover spiegare perchè la nostra pasta fosse la migliore dell’universo: per loro semplicemente non era così. È una visione colonialista quella di dover per forza “civilizzare” popoli come questi. Che ne dite di rispettarli e basta? 

in India, il rispetto era molto presente nei gesti e nelle tradizioni locali. Per esempio, non si doveva mai porgere la mano sinistra quando si voleva dare qualcosa a qualcuno, ma sempre la destra, per rispetto. Quando in una stanza entrava una persona molto anziana, tutti si dovevano alzare per farle posto, per rispetto. Un giovane salutava un vecchio inchinandosi fino ai suoi piedi, per rispetto. Erano piccoli gesti naturali, ma dal profondo significato. Quante volte rispettiamo davvero gli altri? Quante volte vogliamo prevalere a tutti i costi pensando di avere sempre la ragione dalla nostra parte? A volte però serve anche ascoltare le persone e smettere di parlarci sopra. A volte bisogna imparare a essere semplici, che non significa essere superficiali, senza spessore. Significa gioire anche delle piccole cose, stupirsi di fronte a cose nuove e volerle scoprire. 

A volte basta solo aprire gli occhi e guardarsi intorno. Ci si accorgerà di essere in mezzo a persone tutte diverse, ciascuna con un proprio bagaglio culturale, ciascuna degna di essere trattata dignitosamente, ciascuna, in fondo, uguale a noi.