Nel mondo e in Italia succede anche che i bambini non siano graditi

Nel mondo e in Italia succede anche che i bambini non siano graditi

10 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

Li chiamano “no kids” o “child-free”. Sono quei locali in cui non è ammessa la presenza di bambini. Una tendenza proveniente dagli Stati Uniti e approdata in Europa. Partendo, a sorpresa, in particolare dai paesi nordici, noti proprio per la loro grande attenzione alla dimensione familiare. Si stima che in Italia siano diverse decine le strutture che dicono no ai piccoli ospiti. Ma la tendenza non si limita a ristoranti e alberghi: ci sono anche compagnie aeree che organizzano voli rigorosamente senza bambini a bordo. È di pochi giorni fa la notizia che Japan Airlines permette ai suoi clienti di scegliere i posti a sedere lontani dai bambini. Al momento della prenotazione, infatti, la compagnia del paese del Sol Levante mostra con un’icona quali posti sono stati assegnati a piccoli passeggeri sotto i due anni. In questo modo, chi teme i pianti dei neonati si può regolare di conseguenza. 

Il tema è sempre molto caldo. Puntualmente, infatti, c’è chi accusa i sostenitori dei locali “no kids” di essere dei mostri senza cuore che odiano i piccoli umani. Dall’altra parte, qualcuno rilancerà sostenendo che sono i genitori moderni a essere incapaci di civilizzare la loro prole. La discussione media non manca mai di un rimando nostalgico a calci nel sedere, sonore sberle e altri simili discutibili metodi educativi che, secondo numerose testimonianze, sarebbero stati tanto in voga nei decenni scorsi, in barba alla povera dottoressa Montessori e ai suoi colleghi. Saranno inevitabilmente chiamati in causa i cani e, nei casi in cui la discussione degeneri maggiormente, l’estinzione del genere umano. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, talvolta sono dei genitori a benedire l’istituzione di locali “no kids” per trascorrere una serata davvero tranquilla quando decidono di affidare i loro rampolli ai nonni o a un baby sitter.

Nemmeno la legge ha una risposta univoca al riguardo. L’articolo 187 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza impone che «gli esercenti non possono senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo». Tuttavia, la normativa non prevede un elenco dettagliato di “legittimi motivi”, ma solo alcuni casi. Si fa riferimento alla maggiore età, per esempio, per quanto riguarda la vendita di bevande alcoliche, che è vietata ai minori di 18 anni. Per il resto, quindi, il testo è di difficile interpretazione. 

Come sempre, schierarsi a prescindere da una parte o dall’altra rischia di fare scadere il confronto in una serie di sterili accuse. La situazione invece può essere analizzata in modo più profondo.

È curioso che, essendo i bambini i protagonisti della diatriba in questione, in pochi si fermino a riflettere sulla loro posizione, preferendo concentrarsi su quella degli adulti. Ci si chiede se per i genitori quel determinato locale sia comodo, se i bambini possano rappresentare un fastidio per gli altri clienti, si giudicano le capacità educative della famiglia. Ma la vera domanda dovrebbe essere: come ci si trovano i bambini? È un locale adatto a loro e alle loro esigenze? Questo fermo restando che i bambini sono comunque delle persone, per quanto piccole, e dunque saranno estremamente diversi tra di loro per carattere e attitudini, anche a parità di età.

Se un locale si pone come “child free”, è lecito attendersi che proponga un tipo di servizio che non si adatta ai bambini. Potrebbe avere un menu poco adatto per i più piccoli e magari prevedere cene o pranzi piuttosto lunghi. A livello di spazi, potrebbe non disporre di aree in cui i bambini possano alzarsi o non avere la possibilità di sistemare seggioloni, accogliere passeggini e altri strumenti utili per i bambini piccoli. Potrebbe non potere o volere offrire servizi per i neonati come fasciatoi o scalda-biberon. Ha senso, dunque, intestardirsi a portare un bambino in un ambiente che evidentemente non è adatto per lui? Certo, i bambini devono abituarsi a comportarsi educatamente nei locali pubblici, così come può essere positivo abituarli a mangiare in modo vario e ad assaggiare anche piatti nuovi. Ma un ristorante di questo tipo è il posto giusto per farlo con il minore disagio per loro?

Questo significa che le famiglie con bambini piccoli dovrebbero chiudersi in casa fino al raggiungimento della maggiore età da parte del pargolo? Ovviamente no. Per fortuna, l’offerta è decisamente varia. Ci sono infatti moltissime strutture che, al contrario, sono votate proprio alla “misura di famiglia”. Alcune hanno semplicemente un’area giochi, ma ci sono diversi hotel e ristoranti per famiglie che offrono servizi di tutto punto pensati proprio per i piccoli ospiti, dai menu appositi fino ad attività per intrattenerli. Il bambino, dunque, si trova in un ambiente adatto a lui, in cui può effettivamente imparare a stare in compagnia delle altre persone senza però essere forzato a comportamenti che non sono nella sua natura.

Alla luce della possibilità di scegliere fra diversi tipi di locali, adatti a esigenze differenti, ha senso dunque criticare la scelta di chi decide di rivolgere la sua offerta solo a un pubblico adulto, essendo questa poco adatta a un bambino? È giusto tacciare di intolleranza chi semplicemente vuole usufruire di un certo tipo di servizio? Sarebbe altrettanto insensato avanzare critiche a un ristorante per famiglie perché l’area bimbi è rumorosa, oppure perché i tavolini dei bambini rubano spazio a quelli per gli adulti. 

Senza contare che lo stesso cliente può, a seconda dell’evento, prediligere un servizio a un altro. Il genitore che vuole trascorrere una serata con i figli può dirigersi con sicurezza al ristorante per famiglie sapendo che il bambino o i bambini non si annoieranno. Il genitore che, in un’altra serata, ha bisogno di confrontarsi con un collega può varcare la soglia del ristorante “no kids” con la consapevolezza di potere parlare in un ambiente tranquillo.

Qualcuno parla di “discriminazione”. Ma è un dato di fatto che i bambini abbiano esigenze diverse dagli adulti: dunque perché sarebbe “discriminante” rivolgersi con un servizio mirato solo a un certo tipo di clientela? Altri addirittura paragonano la scelta di non accettare bambini a quegli esercizi che, in momenti bui della storia, negavano l’ingresso agli ebrei o alle persone di colore. Ma è un paragone che non regge: essere bambini, appunto, significa avere determinate esigenze. Non sono adulti di bassa statura. Al contrario, essere di una determinata etnia non è legato a una questione di questo tipo.

Non mancano, come si diceva, le accuse di “intolleranza”. Ma anche non tollerare le preferenze delle altre persone rappresenta a sua volta una forma di intolleranza. Ci sono persone che adorano sentire i bambini ridere e divertirsi e persone che ne guadagnano solo un mal di testa. C’è chi ama trascorrere del tempo in mezzo a una moltitudine di bimbi, chi addirittura ne fa una professione e chi, per un motivo o per l’altro, invece non si trova a suo agio. Finché c’è di base il rispetto, è ingiusto accusare altre persone delle peggiori cose semplicemente perché non hanno le stesse preferenze.

Anche in questo caso, la possibilità di frequentare tipi di locali molto diversi fra loro permetterà a ogni tipo di utente di trovare la sua dimensione ideale.

Nell’infinita diatriba sugli esercizi “no kids”, infine, c’è anche chi si lamenta che spesso sono gli adulti a essere più maleducati e rumorosi dei bambini. Può essere vero, purtroppo. La maggiore età non è di per sé garanzia di raggiunta maturità. Ma, è il caso di ripeterlo, in questo caso i protagonisti sono i bambini. Ed è giusto che siano le loro esigenze a essere messe in primo piano. Del resto, sono i genitori a decidere di diventare tali: è lecito quindi presupporre che siano le necessità dei bimbi ad avere la priorità.

Al momento di scegliere un locale, dunque, si pensi a loro. Cari adulti, non bisticciate.