Roberto Buzzatti rivela: “Vi spiego il lato oscuro dei social”

Roberto Buzzatti rivela: “Vi spiego il lato oscuro dei social”

10 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Luca Forlani –

I social network fanno parte ormai della nostra quotidianità. E sono sempre più diffusi soprattutto tra i giovanissimi. I maggiori pericoli, come testimoniano anche recenti notizie di cronaca, sembrano riguardare principalmente gli adolescenti. Per un genitore, che spesso è meno preparato alla tecnologia rispetto al figlio, non è sempre facile avere la situazione sotto controllo

Un argomento decisamente insidioso. Per questo, ho contattato Roberto Buzzatti, uno tra i più quotati social media manager italiani, contributor di Forbes Italia e parte integrante del successo di molti profili social del panorama internazionale.

Perché molti genitori temono l’uso dei social da parte dei figli?

Mio padre, ma credo non solo il mio, quand’ero ragazzo usava dirmi: “tutto quello che combini credendo di farmela sotto il naso io l’ho già fatto quando avevo la tua età, quindi non credere di potermi fregare”.

Ma i genitori della Generazione X (appartengono a questa classificazione tutti i nati dal 1997 in poi) possono davvero dire lo stesso? No di certo, ed ecco dove sta il problema. Il loro grado di confidenza con i social media è basso, talvolta nullo, e questo impedisce di esercitare un controllo sull’attività dei figli. Ecco spiegato il motivo delle loro paure che è allo stesso tempo la soluzione. La comprensione delle dinamiche social attraverso l’utilizzo delle piattaforme è la risposta a chi intende continuare a proteggere i propri figli anche nell’era digitale.

Quindi la mancata comprensione delle dinamiche dei social media è l’unico motivo per cui stare in pensiero o esistono motivi concreti di cui preoccuparsi?

È senza dubbio il motivo principale, ma certamente non l’unico. Chi usa poco i social media tende a ricevere abbastanza passivamente informazioni tramite talk show televisivi, telegiornali e quotidiani. Gli old media, per parlare nel gergo dei loro ragazzi. Talvolta la mia sensazione è che si tenda un po’ troppo a favorire l’effetto “notizia shock” forse per dare maggior enfasi al caso, ma questo nulla toglie alla gravità del problema. Cyberbullismo e tutela della privacy sono dei problemi reali e concreti che vanno affrontati con consapevolezza. È certo però che i social media non devono essere visti come un pericolo ma piuttosto come un’opportunità poiché oggi rappresentano un vero e proprio mercato (di conseguenza posti di lavoro) per le nuove generazioni.

Ritiene, dunque, che il cyberbullismo sia un problema sopravvalutato?

No, per carità, è un problema rilevante ma la giusta chiave di lettura forse è un’altra. Io sono nato nel ’76 e quando qualcuno mi prendeva in giro o viceversa, nessuno dei due finiva sui giornali o si dannava la vita. Il problema poteva diventare tale quando l’attacco avveniva da parte di un branco, ma questo capitava quando a comandarlo c’era una figura dominante che sapeva esercitare la sua leadership, cosa che sui social è difficilmente attuabile. Nella peggiore delle ipotesi si finiva azzuffati a terra dopo l’orario scolastico e si tornava a casa un po’ ammaccati. Oggi questo fenomeno è chiamato bullismo (o cyberbullismo nella sua declinazione digitale) e sembra un fenomeno recente. Non dico che sia giusto additare qualcuno per evidenziarne una debolezza o, peggio, un difetto fisico, ma credo che sia altrettanto sbagliato portare all’estremo la sensazione di pericolo di questi atteggiamenti deprecabili. Ricordo che da ragazzo se mi comportavo male mio padre mi dava un ceffone e il ruolo dell’insegnante era quello di un educatore a cui mai mi sarei sognato di contestare un rimprovero. Oggi, sui social, sembra non esserci controllo dei ragazzi che attaccano chiunque e nel peggiore dei modi. La “vita social” è percepita in modo così reale che chi viene attaccato ne soffre tanto da arrivare a compiere gesti di gravità assurde. Una giusta educazione certamente migliorerebbe le cose. Così come una maggior consapevolezza degli strumenti da parte dei genitori.

In che modo è possibile mettere al sicuro la privacy dei nostri figli?

Partiamo da un assunto: se ci tieni alla privacy non stai sui social media con un profilo personale. I Social sono sinonimo di condivisione, privacy significa riservatezza: le due cose, dunque, non potrebbero mai andare a braccetto. Quello che forse non è chiaro a tutti è che in alcun modo potremo richiamare i nostri messaggi, foto o video già condivisi in rete. Una volta messi online ne perdiamo totalmente il controllo, ma non la paternità. In un mondo che tende ad adeguarsi velocemente al progresso tecnologico, anche il mercato del lavoro con i sui head hunter lo fa e così, una dichiarazione un po’ forte pubblicata sui social qualche tempo fa, potrà rivelarsi il motivo per cui non saremo assunti da una società. Lo dicevo prima: “non perdiamo la paternità dei contenuti una volta pubblicati”.

Ci sono strumenti per limitarne l’uso e l’abuso dei social media?

Il mio consiglio è quello di trascendere dalle questioni squisitamente tecniche e affrontare il problema dal punto di vista pratico. Senza dubbio la conoscenza delle piattaforme social consente un miglior presidio da parte dei genitori, ma è altrettanto importante monitorarne i tempi di permanenza e gli orari nei quali i figli utilizzano i social. Non sarà sfuggito a nessuno il tipico quadretto familiare in cui, a cena, i genitori parlano tra di loro e i figli restano incollati al proprio telefono senza mai alzare lo sguardo e partecipare alla discussione. Si sta sviluppando una vera e propria dipendenza da social e un insano collegamento tra numero di follower e like (si scrivono senza s finali) e la propria autostima. La sensazione è che si valga quanto i like che si ricevono.

In che percentuale i ragazzi sono più social dei loro genitori?

L’OssCom (Centro sui media e la comunicazione) dell’Università Cattolica realizzò nel 2016 una ricerca sul rapporto quotidiano dei giovani con le piattaforme online. Il risultato parla da solo, e risponde ampiamente alla domanda: l’86,5% degli utenti tra gli 11 e i 18 anni ha almeno un profilo attivo sui social network e il 31,3% di questi ne ha più di uno, su piattaforme diverse.

Come fare per insegnare loro un uso corretto del web?

Dipende da cosa si intende per uso corretto.
I social media sono nati per creare relazioni tra le persone, per favorirne un contatto diretto. Facebook metteva in relazione persone che già nella vita reale si conoscevano, Instagram consentiva di condividere immagini con il resto del mondo, Linkedin permetteva di pubblicare il proprio CV online alla ricerca di opportunità lavorative. Oggi, la realtà dei fatti, è che esiste un grande miscuglio concettuale perché ogni piattaforma viene utilizzata più o meno per le stesse finalità. Per raccogliere informazioni e commentarle. Talvolta in modo inopportuno e in modo scorretto.

I social sono uno strumento di comunicazione e di informazione. Rappresentano per i ragazzi una finestra aperta sul resto del mondo che consente loro di osservare ma anche di essere osservati.

Il mio consiglio, quello che mi sentirei di dare a un genitore, è anzitutto quello di cercare di limitare l’uso dei social ad un numero di ore massimo da consentire al figlio di poter condurre anche una vita “offline”. In secondo luogo, suggerirei molta attenzione a tutti quei segnali che possano far trasparire un qualche disagio da parte del giovane, a suggerire che l’attività social gli sta procurando qualche forma di stress.

Ci sono casi drammatici che riguardano minori e social?

Tutti quelli che si leggono sui giornali lo sono, per i motivi espressi in precedenza. Per il sensazionalismo. Non intendo fare riferimenti specifici a un caso piuttosto che a un altro ma non voglio nemmeno troppo generalizzare l’argomento: situazioni gravi ce ne sono state e, ahimè, ce ne saranno ancora ma non sono dell’avviso che si debba fare leva su un singolo caso per stabilire regole e correttivi. Ho sempre mal digerito il concetto di “eccezione che conferma la regola”.

E la regola, ad esempio nel caso del cyberbullismo, non è certamente che i ragazzi si tolgono la vita per le vessazioni subite dai coetanei.

Lei ha figli?

Sì, ho un sacco di figli, milioni. Ogni follower dei profili che gestisco è per me un figlio che proteggo, controllo e cresco con le cure che solo un padre premuroso potrebbe offrire.